La mostra è una chiamata alle armi per la coscienza. Mette sullo stesso piatto le potenzialità costruttive del nostro operato futuro e l’inquietante presente di dieci delle più grandi città sul pianeta. Tokyo, Mexico City, Sao Paulo, Shanghai, il Cairo, Istanbul, Londra, Los Angeles, Johannesburg e Mumbai. Analizzate spietatamente tramite grafici che si trasformano in sculture, concepite per raccontare visivamente la densità di popolazione, prendono la forma di enormi torri di babele, almeno in alcuni casi.
Il Cairo svetta su tutte e con i suoi 36,500 abitanti per chilometro quadrato, sembra un impossibile grattacielo. Supporti multimediali di vario genere, grandi manifesti e mappe guidano alla scoperta della loro dimensione. Fotografie ci mostrano Tokyo dall’alto: la più grande area urbana del mondo, così attuale nella sua espansione, ha strade che sembrano piste di macchinine per bambini, nodose e complesse come il suo sviluppo. La velocità di crescita di queste megalopoli è la vera sfida con cui un’urbanistica ragionata deve combattere e si scontra di continuo sul territorio amaro della quotidianità. A Shanghai, l’ottava città per velocità di crescita nel mondo, gli abitanti diventano 29.4 in più ogni ora che passa. Istanbul è cresciuta del 900% in cinquanta anni. I suoi confini continuano ad espandersi, la sua forma a cambiare e per sopperire alle esigenze in movimento della popolazione sono state legittimate forme di costruzione spontanea chiamate “gecekondu”, costruite di notte.
Video ci mostrano le precarie esistenze e l’infinita adattabilità degli abitanti di Mumbai, che si ritrovano a vivere in una città popolosissima e pressoché senza servizi.
Un ultimo, interessante, spazio è lasciato alla diversità. Queste città sono globali davvero, enormi ed elastici contenitori di culture differenti: filosofie, religioni, abbigliamenti e comportamenti.
Londra è la preziosa roccaforte europea di questi scambi. La componente africana e indiana è elevatissima, circa un terzo degli abitanti attuali provengono da gruppi etnici minoritari non bianchi. Ma è anche luogo di confluenza europea (solo noi italiani siamo in 33.000, una cittadina!) e statunitense.
In tutto il mondo architetti e urbanisti lavorano su queste basi e la mostra è un’interessante summa dei loro lavori. Per l’occasione, Fritz Haeg (USA, 1969) ha trasportato a Londra il suo progetto losangelino di “rinverdimento” delle città e in un apposito spazio offre consigli a chi voglia tentare un giardino fai da te. Nils Norman (UK, 1966), ha preso in prestito ed abbellito parti dell’arredamento urbano di Londra, trasferendoli nella Turbine Hall.
Zaha Hadid (Iraq, 1950; vive a Londra) e Patrik Shumacher sperimentano e mostrano il loro nuovo approccio chiamato “Parametric Urbanist”, che usa i più potenti mezzi digitali per progettare i nuovi sviluppi delle città.
Quello che emerge è che la sfida per il futuro è aperta e prevede l’assoluta attenzione all’ambiente, la costruzione di ambienti vivibili e più di tutto, di una coscienza collettiva.
ilaria congiù
mostra visitata il 4 luglio 2007
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