È alla sua prima personale berlinese, Shirin Neshat. La ospita uno dei più prestigiosi musei cittadini. Ci si poteva aspettare una retrospettiva, data la già corposa produzione e l’ampiezza dello spazio. Si tratta, invece, di una mostra ben più raccolta, sobria anche nell’allestimento. Sono presentati due brevi film, Zarin, in prima mondiale, e Mahdokht, del 2004, i primi tasselli di un ambizioso progetto che prevede la realizzazione di altri tre cortometraggi.
A dare il titolo ai due lavori sono i nomi di due delle cinque protagoniste di Women without men, romanzo della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur. Seppur nel rispetto dei contenuti del libro, non si tratta di una semplice versione cinematografica. Sulla pellicola rimangono intrappolati frammenti di ciò che la Neshat lettrice ricorda del racconto. Zarin è un ricordo tanto vivido da poter essere narrato progressivamente e presentato nella compattezza di una sola proiezione. Una giovane prostituta perde la capacità di percepire la fisionomia maschile: gli uomini le appaiono privi di bocca, occhi, naso… Cerca inutilmente aiuto nell’acqua purificatrice, infilandosi in un hammam dove si deterge sino all’autolesione. Mahdokht è invece una collezione di preziose schegge, visioni frammentarie dalle quali è difficile risalire ad una solida narrazione. Con l’aiuto di un’installazione multipla, Neshat preferisce indulgere nei dettagli di una natura ultraterrena, dove il corpo fertile di una Ofelia dai tratti somatici orientali diventa terreno sul quale una splendida vegetazione può crescere rigogliosa. Si sfiora il miglior realismo magico di García Márquez. Affiancano queste nuove produzioni la video-installazione Rapture (1999), alcune foto in grande formato della nota serie Women of Allah (1994-1996) e un production still da The last word (2003).
Un’appendice apparentemente disparata, rispetto al fulcro della mostra. Basta però distillare da questi lavori aggiuntivi le tematiche più profonde (la donna, l’esilio imposto, la parola come strumento per rivendicare la propria identità), per capire che l’intera mostra vuole essere anche una sobria -ma incisiva- dedica a Shahrnush Parsipur, perseguitata prima dal regime dello Shah e poi dalla Repubblica Islamica dell’Iran per aver rivendicato con i suoi romanzi la libertà d’espressione. Parsipur vive dalla metà degli anni ’90 negli Stati Uniti, come rifugiata politica.
micaela cecchinato
mostra visitata il 28 ottobre 2005
*pubblicato su Exibart.onpaper n. 26 – novembre 2005
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non c'è che dire, quando un artista è brava sa rinnovarsi, altro che quella caricatura della Beecroft