Movimento, vitalità, artificio: Adriana Varejão porta con sé da Rio de Janeiro un universo antropofago, che ingurgita frammenti di storie quotidiane, miti legati alla scoperta del nuovo mondo, immagini del passato e del presente, producendo una stupefacente opera ibrida.
Il Barocco -“uno stile atemporale”, dice l’artista a Hélène Kelmachter nell’intervista in catalogo- è la linea invisibile che collega questi oggetti. Barocco come espressione di una carnalità sontuosa, di un erotismo debordante, di maschere che nascondono lasciando però intravedere il loro segreto.
Celacanto provoca maremoto (2004), Linda da Lapa e Linda do Rosário (2004) sono state create per l’esposizione personale alla Fondation Cartier, nel quadro della manifestazione Brésils Brésils, anno del Brasile in Francia. La prima è una grande parete di azulejos, formata da 48 tele trattate con colla e gesso e poi dipinte con i colori tradizionali, bianco e blu. L’opera evoca un misterioso graffito molto diffuso a Rio verso la fine degli anni 70: “celacanto provaoca maremoto” Il celecanto è un pesce preistorico che vive negli abissi, ormai in via d’estinzione. La misteriosa frase catturò allora l’attenzione dei giornali che ne diedero diverse interpretazioni. Pareva un messaggio in codice, un motto rivoluzionario in piena dittatura militare. Si scoprì infine che il graffito, opera di alcuni ragazzini,
La stessa dialettica interno/esterno si ritrova nella altre due opere nuove, entrambe ispirate ad un fatto di cronaca, il crollo di un albergo a ore nel centro di Rio. Sembra che sotto le macerie sia stata trovata una coppia sorpresa dalla morte nell’atto dell’amore. Adriana mette in scena dei muri in rovina ricoperti all’esterno da azulejos colorati. La parte interna, resa visibile dalle fratture, è invece costituita di materia viva, pulsante, una struttura di carni e membrane non riconducibile ad un solo corpo umano, ma all’idea stessa della carnalità.
Questa natura che si ribella alla cultura, questa sensualità che preme e invade l’universo razionale, emerge anche tra gli azulejos di
In Azulejaria branca em carne viva (2002) e Parede com incisões a la Fontana (2002) le ferite rendono la tela un corpo, rivestito da una pelle di azulejos che, se lacerata, rivela un interno caotico, mostruoso. La riflessione sulla relazione tra pittura e supporto è presente anche nella serie Saunas (2004), immagini di bagni immacolati, interamente rivestiti di piastrelle monocrome. L’artista riesce a creare l’illusione di spazi nudi, labirintici, virtuali, eppure per definizione legati all’irruzione della fisicità e del piacere. Invitando ad attraversarli.
giulia lamoni
mostra visitata il 6 maggio 2005
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