È difficile comprendere a fondo il motivo per cui il vetro non venga considerato un materiale degno della “grande arte”. E sembra perfino superfluo perdersi nei rivoli di disquisizioni teoriche dopo che l’arte di questi ultimi cinquant’anni è riuscita a dare dignità a qualsiasi materiale, dalla polvere alla luce, dal sangue alla merda. Non ci sono ragioni evidenti, ma anche alla scorsa Artefiera i due galleristi che proponevano esclusivamente opere realizzate con questo materiale si sono visti la porta sbattuta in faccia. In faccia non solo ai lavori della giovane e brava Marya Kazoun, ma anche a Licata e al veterano Gutai Shimamoto…
Pare inoltre che si tratti di una prerogativa di noi italiani, che spesso amiamo distinguersi per provincialismo. Mentre negli Stati Uniti e nel mercato tedesco le opere in vetro godono di una normale considerazione, qui da noi è molto difficile rimuovere il preconcetto che questi lavori, che recano alcune similitudini con alcuni manufatti prodotti industrialmente, non abbiano nel dna qualcosa che valga al di là del buon artigianato, o dell’arte applicata. Tanto più se i vetri vengono soffiati in un luogo, come Venezia, che ha fatto della tradizione la gabbia dentro cui imprigionare ogni seme di novità (le vetrine della città lagunare parlano da sole). Capita così che si inauguri una mostra, Facing 1200 °C. Sculture in vetro dalla Collezione Berengo al di là delle alpi, nella Karinzia guidata da Jörg Haider, che incarna l’anima più conservatrice della vecchia Europa.
Le prime opere della collezione nascono quasi per caso, quando sul finire degli anni Ottanta il veneziano Adriano Berengo, stanco di vender
Successivamente Berengo inizia la sua attività di gallerista. Tra gli artisti più interessanti si segnalano Elvira Bach e Bengt Lindström, ma anche gli italiani Riccardo Licata, autore di un pezzo che imita e sintetizza un tronco d’albero con i colori fondamentali, e i recenti e coloratissimi Giullari di Silvio Vigliaturo. Numerosi, forse troppi, i lavori che ricordano animali colorati, mentre spicca la sfera di Sergio Bovenga che ricostruisce virtualmente degli oggetti 3D a partire da un raggio di luce in essa proiettato grazie alle leggi della riflessione.
Le deliziose faccine pop di Kiki Kogelnik, intelligentemente illuminate dal basso, sembrano quasi sorridere, mentre Koen Vanmechelen allestisce nella cappella sconsacrata del museo una specie di rito vudù con ossa di galline in vasi di vetro mentre aggrappati ad una croce gli stessi pennuti giacciono impagliati: eccessivo ma toccante. Convincono i trasparenti Self portrait di Marya Kazoun, piante mostruose partorite dal ventre di un animale immaginario che sono state anche oggetto di una performance.
daniele capra
mostra visitata l’8 settembre 2006
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Pensare che un'opera fatta di vetro non sia un'opera d'arte é da decelebrati. Cosa c'entra il materiale? In giro ci sono pitture, fotografie, installazioni che non sono opere d'arte, eppure alcuni (spesso addetti ai lavori) le chiamano cosí. Andiamo, facciamo le persone serie...
All'inizio è il "capolavoro" d'arte i multipli sono arte applicata a prescindere dal materiale utilizzato... credo che così stia andando il mondo da sempre