Magra fortuna, fino a non troppo tempo fa, quella che spettava a Jean-Honoré Fragonard (1732-1806) nella storia dell’arte europea. Giudicato lezioso, stucchevole, affettato, fin troppo incline ad assecondare mode e gusti di un’epoca –e troppo poco attento, invece, a registrarne le contraddizioni fino al tragico epilogo della Révolution– il pittore francese è sempre apparso immune da ogni spinta al cambiamento e colposamente sordo ai sussulti culturali e politici che pure segnarono così marcatamente il suo tempo.
Al riparo dorato della beata incoscienza dell’alta società parigina, i loro giochi all’aria aperta, piuttosto che le loro conversazioni salottiere, o i maliziosi interni “al femminile”, di donne ritratte nei loro boudoirs, civettuole o disperate sull’ultima lettera del loro amante, sembravano essere l’oggetto quasi esclusivo del suo interesse pittorico. Anche a voler prendere in esame le non poche opere di carattere religioso, e le altre di tema mitologico, l’impressione più immediata che tuttavia persisteva era quella di una pittura di svago: leggera, innocua e al fondo rassicurante, giocata per intero in superficie, e davvero incapace di andare oltre il puro esercizio retorico.
Ma è stato proprio nella considerazione dello stile di Fragonard, della sua indubbia facilità, freschezza, immediata inventiva, e straordinaria versatilità di composizione, che già la grande mostra allestita da Pierre Rosemberg nel 1987 a Parigi e New York aveva allargato la comprensione dell’opera del francese, mettendo in discussione quel giudizio di valore che fino ad allora ne aveva rintuzzato la portata entro la fase estrema della grande stagione internazionale del barocco.
A dare manforte a quell’impianto critico, che dunque riabilitava specialmente la qualità plastica del linguaggio di Fragonard, arriva oggi l’articolata esposizione che Barcellona dedica al maestro francese, la prima mai realizzata in Spagna. F
Dagli esordi, sotto l’influenza di Boucher e della lezione degli olandesi, al viaggio in Italia e al soggiorno presso l’Académie de France a Roma, fino alle collaborazioni della maturità con la cognata, Margherite Gérard, ed il figlio, Alexandre-Evariste, Fragonard sembra avviarsi ad un sempre più libero e anticonvenzionale uso del pennello, presago di umori già pienamente romantici, soprattutto laddove è il dialogo con la natura a farsi più intenso ed emotivamente partecipato.
Inutile e pretestuosa l’ultima sezione con opere di Glenn Brown e del nigeriano Yinka Shonibare. Un dialogo, questo sì del tutto superficiale, che nulla aggiunge alla riflessione su Fragonard. Qualcosa, semmai, alla capacità di banalizzazione cui l’opera dell’artista francese è spesso incorsa.
davide lacagnina
mostra visitata il 23 novembre 2006
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