Un insieme dei più svariati oggetti uniti “par hasard” da un’incoscienza che è diventata col tempo storia e poesia. La testimonianza di un’attività artistica ed intellettuale brillante e coinvolgente che ha segnato un’epoca felicissima della cultura francese. Lo smantellamento della collezione “42, rue Fontaine”, l’appartamento dove André Breton abitò dal 1922 fino alla sua morte nel 1966, ha sollevato le più aspre polemiche tra il mondo intellettuale e il ministero della cultura francese al quale si è mossa la critica di aver consentito che andasse disperso un così importante patrimonio culturale. Manifestazioni, petizioni, ma finora nulla si è mosso. Anzi, lo
E’ tuttavia triste assistere alla cessione al “miglior offerente” dei quadri, dei manoscritti e di tutte quelle presenze parlanti che ornano quella che si potrebbe definire una grande “WunderKammer” dell’arte e della letteratura moderna.
Un brulicare di simboli e oggetti, che passano da una paradisiaca vetrina di uccelli impagliati, alle statue e maschere africane dalla forte carica espressionistica che stimolarono la prolifica fantasia di Picasso e degli altri artisti delle prime avanguardie. Foto ingiallite degli anni della Rivoluzione Russa e dell’incontro in Messico tra i protagonisti di quella stagione: da Diego Rivera a Frida Kahlo , da Trotsky a Breton stesso. Fragili quaderni su cui campeggiano gli schizzi per la copertina di “Nadja”, i motti e i fraseggi di Eluard, Bataille e di tutti gli altri componenti del sinergico gruppo surrealista, e soprattutto una grande quantità di stampe e quadri che come per una sorta d’ horror vacui tappezzavano le mura dell’atelier Breton: tele di de Chirico, Max Ernst, il tanto polemizzato quadro di Magritte “je ne vois pas (la femme) cachée dans la forêt” – valutato tra i 500 e gli 800 mila euro- e ancora Man Ray con gli assillanti meccanismi di “Dancer Danger”, Andre Masson, Wilfredo Lam, e ancora importanti presenze femminili come Key Sage, Jacqueline Lamba, Elisa Breton. Frammenti di un’epoca e di una poetica che non vedeva mai nulla di univoco, ma che della vita coglieva le sfaccettature, le ambiguità, dando vita ad un gioco in cui volontà e caso si intrecciavano. Sarà una suggestione, ma girando per le sale di questa grande esposizione sembra di percepisce quella “coscienza poetica degli oggetti” di cui parla il manifesto surrealista del 1924, e ogni cosa ricorda che Breton in essa ricercava “l’or du temps”.
alba romano pace
mostra visitata il 5 aprile 2003
[exibart]
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