L’immagine scelta per la copertina del catalogo è emblematica. È la foto di un bambino con i calzoni corti, intento a calciare un malcapitato gatto nero in fuga contro i calcinacci bianchi di un muro sbrecciato. Potrebbe essere stata scattata nei vicoli di Napoli o di Palermo, è invece si tratta di una foto del 1954 di Oriol Masspons (Barcellona, 1928): prova inequivocabile di un sentire comune fra Italia e Spagna in quegli anni così controversi e “difficili” del secondo dopoguerra. Quelli della ricostruzione e dell’emigrazione, dell’abbandono delle campagne e delle spaventose periferie senz’anima delle nuove città.
È la fotografia “realista” (neorealista, diremmo in Italia) a spostare per la prima il proprio obiettivo sulla società del tempo, a raccontarne le storie ordinarie, e forse anche più banali, con la passione bruciante per la verità della vita quotidiana. Così in Italia, i cui esiti sono largamente noti: Sellerio, De Biasi, Camisa, Migliori, Roiter, fra gli altri. E così pure in Spagna, in cui, accanto a Maspons, si scoprono le interessantissime personalità di Ricard Terré (bellissima la serie dei “cimiteri”), Carlos Pérez Siquier, Miserachs e di Carlos Saura, fratello del pittore Antonio e celebre in Italia più come cineasta che come fotografo.
Tuttavia non è una storia per autori quella che intende raccontare la mostra al Museo Nazionale –e sono ben quarantasei gli espositori: diciannove italiani e ventisette spagnoli- quanto piuttosto la possibilità di attraversare quella particolare stagione della fotografia europea per temi e tracce di una sensibilità condivisa. La comunicazione fra i due paesi passava soprattutto attraverso il cinema (Rossellini e García Berlanga) e la letteratura (Camilo José Cela e José Gutiérrez Solana e Bassani, Pratolini e Pavese); ma alcuni dei fotografi in mostra ebbero modo di essere co
Impressiona, di questa sequenza di immagini, l’insistita ripresa di spalle. Che siano i sciuscià napoletani di Cattaneo o le prostitute del Barri Xino di Barcellona di Català Roca, sembra di avere sempre a che fare con un’umanità sfuggente, che non può permettersi il lusso di una posa né la spensieratezza di un attimo di vita: un demi-monde segreto, fatto di osterie e bordelli, vicoli bui e palestre, processioni religiose e mercati popolari.
E tale è il potere di evocazione e insieme di denuncia di quelle fotografie, che nemmeno le immagini del boom economico, dei primi anni Sessanta, riescono a temperarne la tragica drammaticità. Quando saranno ormai i nuovi miti di massa –la spiaggia, lo stadio, la televisione, l’automobile– a prendere il sopravvento su una condizione di miseria che forse, colposamente, è stata dimenticata troppo in fretta.
davide lacagnina
mostra visitata l’11 agosto 2006
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Grazie per la recensione, purtroppo però la mostra si è chiusa il 3 settembre. Per caso è una mostra itinerante che verrà portata in Italia?
grazie
Bianca (Firenze)