Una maschera introduce il gruppo all’interno della scuola elementare. La prima immagine è una bidella sulle scale, di spalle, china a lucidarne il corrimano, i movimenti estremamente lenti. Un rapido sguardo e gli spettatori vengono deviati verso la palestra dove un bambino, ancora una volta di spalle, sta seduto sopra un pallone, curvo su sé stesso in posizione fetale. Sistemata in fila ordinatamente orizzontale, la platea consuma lo spettacolo in piedi. Un silenzio pesante opprime l’aria, scandito soltanto dal respiro profondo e faticoso del ragazzino, e cresce il senso di attesa. Una seconda bidella entra per ultimare le pulizie. Vede il bambino, si arresta, lo invita ad andarsene a casa, e finisce per prenderne il posto, seduta sopra il pallone, le spalle ancora al pubblico.
L’ennesimo episodio della Tragedia Endogonidia della Societas Raffaello Sanzio-ciclo drammatico triennale composto da undici episodi collegati a dieci città europee e realizzati in relazione al luogo della rappresentazione- si compie con estrema lentezza, nell’essenzialità scarna di gesti parole scene, tuttavia talmente densi da compensare il silenzio con un eccesso di significazione che innesca una forma di comunicazione minima, e radicale. Il tutto in un breve quarto d’ora. Ma nonostante il tempo estremamente condensato, la narrazione è talmente diluita da sembrare estesa, e procede con calma verso un crescendo di drammaticità che esaspera l’angoscia avvertita fin dal primo momento. Il paradosso sta proprio in un consumo fondamentalmente veloce a causa alla brevità dell’episodio, parte di un ciclo e ciclico allo stesso tempo, ripetuto una volta di seguito all’altra, per due ore consecutive.
Molteplici gli spunti di riflessione. Il bambino si avvicina alla bidella per lavarle schiena e mani con l’acqua del secchio. Oltre all’idea di purificazione e rinascita, è evidente il contrasto tra vecchiaia e giovinezza, soprattutto se ed il gesto del ragazzino rimanda a quello dell’estrema unzione, esasperato dal fatto che sia compiuto proprio da un soggetto non legittimato. Il concetto di tempo ricorre spesso anche nel senso del suo scorrimento, condizione ineluttabile che conduce alla morte ed al suo preludio: l’estrema unzione, appunto. Compiuto il proprio dovere, il bambino si allontana.
Un rivolo di sangue percorre la schiena nuda della donna, che continua a darci le spalle mentre si gira a guardare la porta, ora che la stanza è rimasta vuota, e la musica di Gibbons rompe il silenzio a un volume talmente alto da diventare intollerabile. Un cenno della maschera, e si va.
Ed è bastato un breve quarto d’ora, per alterare completamente la sensibilità dello spettatore.
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matilde martinetti
spettacolo visto il 10 luglio 2004
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