Dopo la presenza di Botto&Bruno, il Teatro Piccolo Regio di Torino chiude la stagione con un’ennesima collaborazione tra musica, teatro e arte.
Il dragone in gabbia è la nuova opera di Giulio Castagnoli dedicata a Ezra Pound (1885 – 1972) in cui l’“installazione scenica” di Marco Gastini (Torino, 1938) ricrea lo spazio fisico e mentale della prigione in cui il poeta americano viene rinchiuso a fine guerra, nei pressi di Pisa; un’esperienza tra le più tragiche che poeta abbia mai avuto e che ispira i Canti Pisani: versi crudi e sublimi che urlano la sofferenza umana di una mente dedita alla cultura, alla musica e al pensiero orientale.
Chiuso in una gabbia di pochi metri quadrati, lasciato esposto alle intemperie, Pound legge e traduce Confucio in italiano, in attesa di essere trasferito per 13 anni in un ospedale psichiatrico americano e lì espiare per le sue trasmissioni radiofoniche compromesse con il fascismo. Scontata la pena, il poeta tornerà alla sua Rapallo ed alla sua Venezia, dove è sepolto vicino a Stravinskij.
Amante e studioso di musica, autore di trasmissioni di musica sperimentale negli anni trenta, Pound offre con la sua vicenda lo spunto al compositore Giulio Castagnoli -già autore di Al museo su testo di Ugo Nespolo (menzione speciale al Prix Italia nel 1991)- per una pièce che fonde differenti discipline artistiche, elementi e segni per raccontare una giornata immaginaria del poeta dragone nel carcere pisano. Dentro la sospensione sacrale dell’oratorio, l’ensemble vocale Siryn, offre il coro che fa da sponda alle sensazioni ed i pensieri, lucidi e dolorosi, del poeta (interpretato dalla voce di Valeriano Gialli), mentre il bachiano fugare delle voci si intreccia con la violenza timbrica della musica concreta prodotta dall’incudine e dal martello, inframmezzata da suoni elettronici che rendono sonoramente la fusione di antico e moderno della poesia di Pound.
In questo impianto austero, che non cede ai pericoli dell’accumulo e dell’affastellamento, ben si integra e risuona la concretezza materica del piombo, la tela, il gesso, la pietra e il ferro usati da Gastini, per quello che è il suo primo impegno con lo spazio scenico, spazio del sogno e della finzione che diviene più vero del reale quando per magia le luci si spengono ed ha inizio l’avventura dello spirito, perduto tra il mito platonico della caverna e la pratica ancestrale del racconto intorno al fuoco.
Allora quella enorme maschera di piombo raggrinzito caduta sul palcoscenico -come se il corpo del mostro proseguisse fin nelle viscere del teatro, o della Terra- diventa il volto antico del poeta dietro cui l’attore si cela per dargli parola. Lo sguardo è triste, affaticato come da un lamento che dura da secoli: quello di Pound imprigionato, sfinito fisicamente e violentato intellettualmente (la pena capitale è nulla per lui in confronto alla gabbia, una cella senza spazio che lo renderà clautrofobico e malato).
La parola che esce dalla maschera, illuminata meravigliosamente dai colori dell’alba, del mezzogiorno e del tramonto, prosegue nel ferro ritorto gastiniano che ripercorre le strade vorticose e caotiche del segno, poetico e musicale, di quella traccia visiva su cui si fonda tutta la cultura e la storia dell’uomo, da quando ha abbandonato il regno della semplice natura per sondare le gioie e gli orrori della poesia e della guerra. Gioie ed orrori che sono stati di Ezra Pound e, prima di lui, di Omero. E che sono ancora nostri.
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