Categorie: arteatro

arteatro_contaminazioni | Aurélien Bory

di - 12 Ottobre 2010
Romaeuropa, festival attento alle linee di confine fra le
arti, e, ad un tempo, centro propulsore di nuovi linguaggi per un vocabolario
dello spettacolo a venire, si ri-specchia nella struttura di Sans Object del francese Aurélien Bory, spettacolo di danza per uomini e robot.

In
scena, su una pedana quadrata costruita con pannelli di legno, un braccio
meccanico è mascherato agli occhi del pubblico da un enorme telo di plastica
nera come un ventre materno color petrolio. Il primo movimento della macchina è
una scoperta, una nascita. L’agglomerato di metallo e microchip gira lentamente
su se stesso, spinge la sacca in cui è custodito come per liberarsene, infine,
privo di autonomia, si rassegna alla sua incapacità di venire alla luce. Linee
antropomorfe, mistiche e romantiche, si contrappongono immediatamente ai corpi
dei due danzatori acrobati Olivier Alenda e Olivier Boyer che, entrati in
scena, liberano la creatura dal proprio involucro. Imponente, la macchina si
presenta in forme innocenti, come un Frankeinstein iper-tecnologico o il braccio
meccanico di un’industria di automobili improvvisamente reso cosciente della
propria natura.

Reduce
da una trilogia incentrata sulla destrutturazione delle consuete modalità
d’impiego dello spazio (IJK, Plan
B
, More or less infinity), il coreografo-regista Aurélien Bory costruisce Sans
Object
coniugando una spinta
ricerca coreografica, filosofica e poetica con una inquietante visionarietà.
Ben lontano dall’inciampare nella trappola retorica del rapporto uomo/macchina
imprigionata nell’immaginario fantascientifico, Bory focalizza tutte le
potenzialità che lo strumento tecnologico offre alla coreografia.


Non
più elemento scenografico o installativo, la macchina stabilisce con i
danzatori un rapporto emozionale post-umanistico, immagine di un mondo
costretto a rielaborare interamente i propri valori, di un ambiente in cui
l’uomo creatore diviene creato, “predicato verbale” della tecnologia stessa,
attraverso la quale non più agisce ma è agito. Questo il rapporto che
intercorre tra i due danzatori, gelidi uomini in giacca, camicia bianca e
cravatta nera – come prodotti di scarto della civiltà industriale – e la
macchina che, illuminata da luci algide, appare morbida, tenera, quasi indifesa
nonostante la sua imponente natura.

I
corpi di Alenda e Boyer si articolano in movimenti meccanici, robotici,
disegnano nello spazio linee spezzate, rigide, geometriche; la macchina, al
contrario, si muove fluida, disegna linee curve, sensuali, accattivanti,
ergonomiche, classiche; traccia nell’aria figure di pathos meccanico. Quindi
incanta attraverso una bellezza custodita dalla sua meticolosa funzionalità e
una funzionalità incarnata nelle sue linee di design.

Il
robot sbuffa, emette aria, lascia ascoltare il suo respiro tecnologico, come
infastidito, respinge i danzatori. I due cercano di penetrare il suo spazio fin
quando non sarà la stessa macchina ad accoglierli tra le proprie braccia.
Aggrappati al suo corpo, in uno dei momenti più poetici dello spettacolo, come
in un temps portés duchampianamente
erotico, Alenda e Boyer si abbandonano a una danza priva di gravità, giocata
tutta su un cô
di azioni acrobatico-minimali.


Mentre
il braccio meccanico solleva e capovolge i corpi, questi si liberano
nell’esplorazione della presenza meccanica, improvviso oggetto amoroso,
accarezzato, camminato, vissuto. Allora, il robot solleverà uno a uno i
pannelli di legno che compongono la scena, li ribalterà, li lascerà sospesi a
mezz’aria; eliminerà ogni riferimento spaziale, distruggerà ogni asse
orizzontale e verticale (cultura e natura secondo la concezione umanistica),
renderà impossibile la stazione eretta. Lacrime di ironia circense – con
richiamo vintage all’immaginario delineato da Chaplin in Tempi Moderni – accarezzano i corpi dei danzatori mentre, in un
finale che mescola toni apocalittici a una spietata e poetica dolcezza, si
tramutano anch’essi in umana macchina.

Dietro
un nuovo telo di plastica nera, nella sua asettica tana, tenero come il Wall-e
disneyano, il robot ride e domina
un’umanità oramai inscindibile dai suoi stessi apparati tecnologici.

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La
preview del festival

matteo antonaci

la
rubrica arteatro è diretta da piersandra
di matteo


dal 21 settembre al 2 dicembre 2010

Romaeuropa Festival 2010

direttore artistico: Fabrizio Grifasi

Sedi varie – 0100 Roma

Info: www.romaeuropa.net

[exibart]

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