Categorie: arteatro

arteatro_contaminazioni | Lotte van den Berg | Dro (tn), Drodesera

di - 10 Ottobre 2007
Lotte van den Berg fa parte di un filone di artisti della scena olandese definito “nuovi minimalisti”. Il suo più recente lavoro, giunto in Italia al festival trentino Drodesera, nasce in un periodo di residenza al prestigioso Het Tonnelius, diretto dal regista fiammingo Guy Cassier. Stillen sfrutta pochi elementi e si attesta su un andamento dalla ritmica lenta, distillata in azioni isolate. Sarà per questo che il lavoro si permette di non avere spunti ispiratori, siano essi esperienziali o teorici, ma abborda un’astrazione del vissuto: le relazioni, l’amore, il lutto. Ci troviamo di fronte a uno spazio ampio, puntellato solo da qualche sedia e da un pianoforte sul fondo. In scena stanno figure silenziose, in piedi in attesa o ugualmente silenti su sedie. Una donna abbozza una melodia al pianoforte, un uomo la guarda, una bambina entra ed esce dallo spazio. Non accade nulla, o quasi. Da un bicchiere viene fatta cadere dell’acqua: il suolo è composto da un pavé di centinaia di mattoncini di sapone, che si lasciano dissestare da attraversamenti più veloci e da tentativi di abbraccio respinti. L’uomo ghermisce la donna, sempre sul punto di compiere qualche azione e sempre bloccata. Come se le bruciature del vivere rimanessero marchiate sulle superfici calpestate, così le piastrelle vengono divelte, e nello spazio si disegna una costellazione di “vuoti” che diventano ideale mappa esperienziale.

In scena c’è anche una coppia di anziani e una sorta di mendicante con il viso deturpato da una maschera. Tirando una corda, un’enorme ampolla di vetro gli piove addosso, mentre a lato un tenero bacio unisce gli anziani. Con il pavimento ora scivoloso, accadrà la morte dell’anziano, seguita da uno straziante sospiro della compagna, che pur non rinuncia a tramutarsi in canto. Van den Berg sgrossa il suo lavoro come lo scultore di fronte al blocco informe di marmo: Stillen e-spelle la realtà, si attesta su una lentezza che diventa soglia d’accesso a una percezione “altra”, in cui la narrazione non procede secondo un andamento logico, ma si sposta su singoli e isolati dettagli capaci di illuminare un intero che trascende il privato.
A Dro si sono visti anche alcuni lavori italiani, secondo un percorso di ospitalità più votato all’accompagnamento che alla mostra di fastose rassegne. Grazie al cuore pulsante del festival, l’ex centrale idroelettrica Fies, la direzione artistica di Dino Sommadossi e Barbara Boninsegna tenta di ricreare quel tessuto in grado di dialogare realmente con le opere. Non è rara, infatti, la presenza di gruppi emergenti, come i veneti Pathosformel già ospitati prima della segnalazione al Premio Scenario, o come Sonia Brunelli con A NN A, sostenuta senza l’obbligo della prima al festival.

Un grande spazio è stato riservato al bolognese Teatrino Clandestino, uno dei gruppi rappresentativi della “generazione ‘90”. Si sono spese tante parole sullo stato di salute di questa “ondata”, storicizzata come la terza dopo le esperienze degli anni ‘60 e quelle fra ‘70 e ‘80. La mancanza di circuitazione per alcuni di questi lavori rivela per paradosso linguaggi maturi, sicuramente fra i più individuali e caratterizzati di tutto il panorama della ricerca. Eppure qualche scottatura evidentemente rimane, anche solo analizzando in superficie la gamma di proposte del Teatrino. Quasi a tirare le somme di oltre un decennio di lavoro, il percorso di installazioni e spettacoli definito Avanspettiva ruotava attorno all’autoriflessione: in uno spazio non teatrale riempito di lacerti di vecchi lavori, da foto a oggetti vari, H.D. Marcia tragica ricrea gli ambienti del precedente Hedda Gabler, solo che le scenografie ora stanno a terra e vengono calpestate; Inopportuna per la profondità è una donna con maschera antigas, adagiata su un carrello come fosse invalida, e tutt’attorno si evocano frammenti poco intellegibili del Progetto Milgram del 2005. Su palco è invece rimesso in scena uno dei lavori cruciali per il Clandestino, L’idealista magico del 1997, però interpretato da nuovi e giovani attori, e intanto nella sala da discoteca dell’ultimo Ossigeno (2006) la disquisizione sull’orrore contemporaneo termina con una metaforica meteorite che spazza via ogni cosa.

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lorenzo donati

arteatro è una rubrica a cura di piersandra di matteo


dal 27 luglio al 5 agosto 2007
Drodesera
Direzione artistica: Dino Sommadossi e Barbara Boninsegna
Centrale di Fies
Arco – Dro (TN)
Info: +39 0464504700; info@drodesera.it; www.drodesera.it

[exibart]

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