13 gennaio 2022

Il caso dell’Albers (presunto) falso: assolto il gallerista Gabriele Seno

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La Corte di Appello ha ribaltato la sentenza di primo grado e ha assolto il gallerista Gabriele Seno dall’accusa di ricettazione, avanzata dalla Fondazione Albers per un’opera ritenuta falsa

Josef Albers, Homage to the Square (1971) © 2017 The Josef and Anni Albers Foundation. Courtesy David Zwirner, New York/London

Svolta finale per il caso dell’opera di Josef Albers presunta falsa e finita al centro di una querelle giudiziaria tra la Josef and Anni Albers Foundation e il gallerista Gabriele Seno. La Corte di Appello ha infatti assolto Seno che, in primo grado, era stato condannato per ricettazione del quadro contraffatto. L’opera contesa è un dipinto a olio su masonite di 40×40 centimetri, dal titolo “Study for Homage to the Square”, firmato sul retro e datato 1968. Il dipinto fa parte della collezione d’arte della famiglia Seno, acquistato nel 1986 dal fondatore della galleria di Milano, Paolo Seno, scomparso nel febbraio 2013.

La ricostruzione della vicenda: gli antefatti e la sentenza di primo grado

«Il dipinto a firma di Albers in questione, contrariamente a quanto evidenziato, non era in vendita, cioè non era esposto in galleria, né in fiera, non era neppure menzionato sul sito internet della mia galleria»: a riscostruire la vicenda è stato lo stesso Seno, che già aveva riposto a un nostro primo articolo, nel quale avevamo riportato la sentenza di primo grado. «Era semplicemente un’opera ricevuta da mio padre Paolo e, peraltro, tutt’ora indivisa tra me, mia madre e mio fratello, che tenevo appesa a casa. Era una delle mie opere preferite tra quelle ricevute negli anni da mio padre, a cui avevo sempre chiesto di non venderla. E così è stato», ha continuato Seno.

«Quando l’amico e commerciante d’arte internazionale Larkin Erdmann (a cui negli anni ho venduto diversi dipinti di Albers, tutti archiviati e riconosciuti dalla Fondazione Josef e Anni Albers) mi ha comunicato lo scorso 2017 la volontà di realizzare un progetto su Albers, mi ha chiesto se avessi un dipinto dell’artista, e gli ho indicato quello della mia famiglia che conservavo a casa. Nonostante il curriculum espositivo e bibliografico dell’opera in questione, gli ho detto che il dipinto non era però archiviato e che, quindi, prima che potessi venderglielo, occorreva richiedere l’archiviazione alla Fondazione. Larkin si è offerto di chiedere lui stesso per me l’archiviazione, avendo contatti frequenti con la Fondazione. Non ho mai percepito per quest’opera neanche un acconto», ha spiegato Seno.

Ma a quel punto, Nicholas Fox Weber, presidente della Josef and Anni Albers Foundation, aveva denunciato il dipinto in questione come un falso. In ciò confortato dalla storica dell’arte Jeannette Redensek che per la Fondazione cura il catalogo ragionato dell’artista, in fase di realizzazione. Accogliendo l’opinione della Fondazione e riconoscendo il reato di ricettazione del quadro contraffatto, il Giudice Onorario del Tribunale di Milano Patrizia Costa emise, il 28 ottobre 2020, una sentenza di condanna nei confronti di Gabriele Seno a 1 anno e 8 mesi, al risarcimento di 10mila euro di danni morali alla Fondazione. Come pena accessoria, infine, la confisca dell’opera in questione.

La sentenza della Corte di Appello e la consulenza tecnica

Di avviso opposto è stata la Corte d’Appello di Milano che il 3 novembre scorso ha assolto Gabriele Seno, perché il fatto non costituisce reato, prefigurando anche un potenziale conflitto di interesse della Fondazione. «Nel caso di specie – si legge nella sentenza – il vaglio di attendibilità doveva essere ancora più penetrante, in considerazione del fatto che l’Archivio, che possiede il monopolio sul rilascio dei certificati di autenticità, risulta altresì proprietario di opere e, quindi, inevitabilmente portatore di interessi economici sul mercato, dovendosi ipotizzare anche un potenziale conflitto d’interesse. La Fondazione Albers, difatti, come risulta espressamente dal suo sito web istituzionale, si occupa anche di vendere al pubblico un limitato numero di opere attraverso i suoi rappresentanti autorizzati».

Nella consulenza tecnica commissionata dalla difesa di Gabriele Seno, rappresentato dagli avvocati Alessandro Sacca e Daniele Maggi, e predisposta da Silvano Schivo, è emerso, in primo luogo, la presenza sul retro del quadro di varie iscrizioni attestanti la storia espositiva dell’opera, alcune riconducibili al padre di Gabriele Seno, il gallerista Paolo Seno, e altre presumibilmente alla mano dello stesso artista, a seguito di perizia calligrafica. Inoltre, nella consulenza tecnica si rimarca come nel volume “Josef Albers”, l’Arca edizioni, 1988, realizzato da Getulio Alviani, artista e amico di Albers, veniva inserito il dipinto in questione “Study for Homage to the Square”, la cui prefazione era scritta dallo stesso Nicholas Fox Weber. Infine è emersa anche una foto che attesta la presenza della tela in questione durante un’importante mostra tenutasi nel 1988 nella Galleria Seno e ufficializzata nel sito internet della stessa Fondazione Albers, quando, a occuparsi della gestione della galleria, era ancora Paolo Seno.

«Sono contento che finalmente giustizia sia stata fatta anche a tutela dell’onorabilità di mio padre Paolo Seno e della nostra galleria di famiglia da lui fondata oltre cinquant’anni fa. Il prossimo passo per me consisterà nel dimostrare l’autenticità del quadro in questione. Mio padre ha commercializzato nell’arco della sua longeva attività oltre un centinaio di dipinti di Albers, quasi tutti acquisiti direttamente nello studio dell’artista negli Stati Uniti, e puntualmente archiviati e riconosciuti come autentici dalla Fondazione Albers», ha concluso Seno, aggiungendo che «È mia intenzione procedere a una perizia fisico-chimica sui materiali dell’opera per individuare la composizione dei pigmenti e verificarne una volta per tutte la compatibilità con quelli utilizzati da Josef Albers, ma anche per documentare come la pittura del mio dipinto sia avvenuta – da pratica abituale dell’artista – a spatola e non a pennello, contrariamente a quanto rilevato dalla Fondazione Albers».

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