Troviamo un Andy Warhol più o meno noto. Ci danno il benvenuto le tradizionali scatole Campbell’s e il volto seducente di Marilyn Monroe, ma possiamo anche scoprire un inedito Warhol che si misura con immagini di animali e del far West.
Il protagonista è sempre lo stesso in modo più o meno diretto: il mondo americano è messo in scena. L’oggetto di consumo si fa opera d’arte: scatole di sapone diventano sculture, contenitori di zuppe riempiono quadri. America vuol dire consumismo e materialismo, ma non solo: è anche luogo di contrasti sociali, culturali e politici.
L’ “essere” (la realtà percepita dall’artista) è quella del “ben essere”, della ricchezza, del dollaro (anch’esso opera d’arte), dei personaggi famosi.
E’ un mondo di piaceri che rivela lati oscuri e oppositivi. La denuncia sociale si fa prorompente attraverso una serie di sedie elettriche, che giocano in modo ambiguo tra lo strumento di morte e l’oggetto di consumo. Ancora l’opposizione semantica, ma anche coloristica diventa accesa nelle serigrafie che rappresentano aspetti del mondo comunista: falce e martello, Lenin e Che Guevara, tutto immerso in un bagno carminio. La provocazione arriva al culmine quando troviamo nell’abside dell’ex-chiesa di s. Giorgio in Poggiale una riproduzione dell’ Ultima cena di Leonardo su sfondo fuxia.
Andy Warhol fa un’incredibile scoperta: la riproducibilità dell’opera d’arte. Soggetti in serie, piccole variazioni: macchie di colore, tratti netti o schegge luccicanti.Una copia è uguale altra così come il prodotto che viene comprato dal consumatore più ricco e identico a quello acquistato dal più povero.
La mostra offre un’ottima occasione per venire a contatto con l’America attraverso gli occhi critici del maestro della Pop Art.
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