Si sa che uno slogan accattivante è il primo passo verso una riuscita campagna pubblicitaria. Il messaggio deve essere breve, contenere un motivo d’interesse di più larga accoglienza possibile, non essere troppo diretto e in nessun caso risultare condizionante. L’enunciato che fa da titolo alla mostra sembra aderire perfettamente ai canoni sopra ricordati. Del resto, a chi non interessa l’infinito?
Si tratta infatti di un concetto morbosamente stimolante per la nostra mente, che è in grado di pensarlo, ma non di contenerlo (per ovvi limiti fisici). Un tema di così vaste proporzioni ha la possibilità di essere interpretato in una quantità enorme di modi diversi. Quindi perché scegliere proprio i tre artisti in questione?
Una risposta sicura risiede nell’installazione di Alice Leonini (Siena, 1973). Il visitatore, entrando fisicamente nel box creato dell’artista, si trova immerso in un panorama sconfinato, continuamente moltiplicato da un gioco di specchi. Le note del tappeto musicale acuiscono la sensazione di spaesamento, lo sguardo aumenta la sua fissità e, nel tentativo di trovare un orizzonte, viene traghettato nel naufragio dei sensi, se ci è permesso il prestito leopardiano. Hanno meno a che fare con l’infinito i dipinti su garza. Le raffigurazioni infatti si legano all’opera installativa solo grazie alla permanenza del tema della superficie riflettente (tanto caro alla Leonini forse per l’omonimia con la protagonista del romanzo di Carrol del 1871, Attraverso lo specchio, appunto). I soggetti variano dal volto femminile, al nudo, al ritratto della pecora Dolly, e si sviluppano come traslati attraverso un asse simmetria, speculare ovviamente.
Finito è il numero delle carte alla base del progetto di Adelaide Di Nunzio (Napoli, 1978). Sono in tutto sette, e non a caso, visto che rappresentano i peccati capitali. Infinite forse le possibilità di combinazione del software, con un’interfaccia touch-screen, irriconoscibilmente travestita con una cornice lignea nera e dorata. Toccando lo schermo, dopo una breve rielaborazione, si vede comparire una carta, come quelle dei tarocchi, alla quale è assegnata un’icona che evoca il peccato a cui si riferisce. L’oracolo multimediale decreta il suo insindacabile giudizio, nulla che possa togliere il fiato.
Inspirare ed espirare in un loop senza fine nel tentativo di “bloccare” un ritratto in movimento (o in mutamento). Moving portraits, il video di Stefano Ronci (Rimini, 1972), si caratterizza per l’insistente ridondanza dei ritmi, anzi del ritmo respiratorio di un nuotatore. Il gesto, che si svolge sempre a pelo dell’acqua, si lega in connubio con il quotidiano, con ciò che è talmente abusato da risultare semanticamente logoro, quando come schermo della proiezione viene utilizzato il fondo di un lavabo.
Un consiglio generale? Si dedichi maggiore attenzione alla definizione dei contenuti, piuttosto che alla raffinatezza dei contenitori.
claudio musso
mostra visitata il 7 dicembre 2005
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