Soggetti domestici, scelti non per affezione, ma soltanto in quanto esistenti. Cose di casa, apparentemente rassicuranti. Negli spazi della galleria Mazzoli, Carlo Benvenuto (Stresa, 1966) mette a nudo un privato attraverso i dettagli, eliminando il racconto. Fotografie, sculture e, esposti per la prima volta, disegni a penna Bic. Il viaggio nel “Benvenuto pensiero”, che si dipana da stanza a stanza, parte dalle fotografie, che contemplano una pulizia visiva e pretendono il vuoto. L’immagine raggiunge un grado di azzeramento totale e diviene l’esito di un’astrazione dalla freddezza calcolata, data dalla prospettiva sempre centrale e dalla simmetria assoluta. Il fotografare risulta attività minima, concentrata in un solo scatto che sottolinea la neutralità del fotografo. Non tutto però risulta normale. Una piccola minaccia, un lapsus, fa in modo che si crei uno spaesamento. Una sottile linea di febbre, uno sbaglio a volte neppure riconoscibile, segnala uno strappo nell’immobilità dell’opera, creando disagio. Come nelle fotografie di specchi, che si riflettono l’uno nell’altro e insinuano il dubbio di essere realmente tali, o nel sasso di lago dentro la tazzina, con la violenza brutale del peso in contrasto alla leggerezza del prodotto sofisticato, o ancora nel ramo attaccato ad uno specchio che sembra dentro ad un bicchiere. La complessità s’intravede tra gli effetti ottici, pur risultando quasi invisibile e proprio sulla creazione di quest’illusione gioca l’artista. Gioco che ritorna nelle sculture, nello specchio di porcellana, dal riflesso acquoso come fosse acqua stagnante, realizzato da un artigiano della Richard-Ginori che ha portato al limite la tecnica
Una stanza intera è dedicata ai disegni, rimando ad un’antica passione e piacevole rivelazione. Pratica che si lega comunque alla fotografia, poiché Benvenuto utilizza come base i cartoncini che proteggono le lastre fotografiche. Diversi come scelta tematica dalle riproduzioni fotografiche, ma affini per poetica. Poiché parlano delle stesse cose, di musicisti accanto a strumenti musicali mai suonati gli uni, di cose silenziose le altre. Anche nei disegni avviene la scarnificazione dell’essenza. La scelta decisiva della biro che rende il tratto definitivo, compiuto, che non permette cancellazioni né dubbi, agisce come la fotografia, che ferma l’istante bloccandolo. Il silenzio è dunque il leit motiv di un’esposizione che rende un personale omaggio a quel de Chirico che indicava nella natura morta una “vita silente”. Poiché è una natura che muta in modo silenzioso quella di Benvenuto, che si modifica, come le rifrazioni delle cose. Una natura artefatta, diretta riproduzione e imitazione di quella vera. E una natura muta, che non riesce a parlare. Poiché della realtà è soltanto il riflesso.
francesca baboni
mostra visitata il 19 maggio 2007
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