Una visione di raffinata bellezza, preziosa ricerca estetica, il melodramma come cifra stilistica, tanti specchi a creare continui riflessi, storia e finzione intrecciate. Questo è Senso (1954) il magnifico film di Luchino Visconti, che ha segnato la storia del cinema con il gusto speciale dell’artificio, l’opera lirica e la ricerca pittorica. Oggi il racconto della decadenza e della fine di un mondo, ritorna alla memoria con un nuovo filtro visivo, il bianco e nero delle immagini in mostra di Paul Ronald (Hyères, Sud della Francia, 1924): scelti una quarantina di scatti, bellissima Alida Valli con il candelabro in mano, gli occhi ridenti, ad aprire il percorso.
Ronald aveva iniziato a lavorare con Visconti nel ‘47, in Sicilia, per La terra trema, una collaborazione ininterrotta fino ai primi anni ‘60: come racconta lui stesso ad Antonio Maraldi nelle pagine del catalogo, il grande regista, il Maestro, gli dava fiducia sapendo della sua professionalità e della sua discrezione.
“Visconti mi ha sempre permesso di lavorare al meglio” ricorda “con la possibilità di scegliere inquadrature diverse – luci permettendo – rispetto al film”. E ancora: “La foto, ad esempio, del soldato colpito, pensata quale omaggio a Robert Capa, è frutto di un taglio personale, perché nel film quel soldato si intravede appena”. Una documentazione vastissima, anche a colori. Qui con la scelta del b/n, la selezione tra un migliaio di negativi, esposte alcune immagini mai stampate in precedenza.
Il film, certo, ma non solo: le pause, gli attori dagli sguardi liberi dai personaggi, Visconti che impartisce gli ordini, alcuni imponenti macchinari per ottenere gli effetti desiderati, una particolare profondità, il risalto dei colori.
“Finita di girare la scena dicevo Fotografia.” racconta ancora Ronald “Visconti si sedava, si accendeva una sigaretta e mi guardava lavorare”. La Fenice di Venezia, la laboriosa accensione delle tante candele. Nella finzione il primo incontro tra coloro che sarebbero diventati amanti –la Valli e Farley Granger- nella realtà il colloquio solidale senza costume di scena. Tanti specchi, alcune stanze come stracolme d’infiniti oggetti e tessuti. Ultima immagine: la fucilazione.
Un itinerario molto piacevole, ricordo del film, ma anche di un modo diverso di fare cinema: strumentazioni pesantissime, un lavoro complesso da orchestrare, un magnifico artigianato pronto a muoversi coralmente, alla guida un uomo dal carattere davvero difficile, ma anche superbamente geniale.
valeria ottolenghi
mostra visitata l’1 dicembre 2004
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