Parlare del periodo adolescenziale in certi termini può apparire semplice. Il discorso cambia quando se ne coglie la problematicità intrinseca, come fa già da qualche anno Carla Bedini (nata a Felina, Reggio Emilia, dove vive), con le sue indefinibili creature ibride, che mostrano le promesse acerbe di un corpo ancora in boccio e le seduzioni nascoste di uno sguardo già adulto. Perché di quest’età, difficile e tutt’altro che zuccherosa, l’artista sa rivelare sapientemente il lato misterioso. Quel morbo inspiegabile e inquietante che deliziosamente la infetta. Le bellezze nevrotiche e irrequiete della Bedini, spesso senza nome poiché simbolo di una condizione esistenziale, al contempo fragili e dure, secche e spigolose, sembrano irretire sfacciatamente, con una sfida seducente ma mai eccessiva, chi le osserva. Gli occhi sono il perno su cui ruota tutta la composizione. Enormi, inquieti, ipnotici, ossessivi nel lasciar trapelare un lampo subitaneo di lucida follia.
L’ambiguità è il carattere dominante di una figurazione che segue i rimandi colti della tradizione e che, pur nella ruvidezza della garza, si declina con una delicatezza e sensibilità tutta femminile. Con un’immagine iconografica più vicina a certi stilemi nordici rispetto ai canoni della pittura italiana: fanciulle pallide dai volti scarni ma accattivanti, ieratiche e fiere in posa come certe Madonne fiamminghe, si muovono con leggerezza su sfondi monocromi e incolori, raccontando di un mondo interiore contraddittorio, che viaggia tra realtà e finzione, tra sogni riservati e tormenti intimi, conditi da misticismi segreti e simbolismi stregati. Accompagnate da segni e lettere incisi sulla tela, come magici alfabeti muti di un diario segreto impossibile da decifrare, messaggi lasciati in una bottiglia in attesa di una risposta, le ragazzine contorte della Bedini si perdono nei labirinti oscuri della loro anima in pena e in perenne transizione, dentro ad interni dai colori seppiati e terrosi, muri spogli e silenziosi, terre di nessuno dall’ambientazione metafisica, stanze dei giochi di un’infanzia lontana che ci rammenta la solitudine e le angosce della fanciullezza.
Sfuggenti ed evocative come sirene tentatrici, figlie d’Eva magrissime fino a sfiorare la malattia, Alici senza Paese delle Meraviglie, simulacri onirici dell’imperfezione, diventano incredibilmente cupe quando compaiono come visioni da un fondo rosso o inspiegabilmente nero. Come emerse dai meandri più oscuri della psiche, senza corpo finito, con le colature di pittura che cancellano il vestito, sacerdotesse dell’inquietudine e del sommerso. Le ragazze di Bedini sembrano impossibilitate a crescere. Costrette dentro ad una condizione di passaggio, rimangono inevitabilmente così, imprigionate dentro ai loro anni indefiniti, come intrappolate in una finta fiaba. In bilico tra la fanciullezza e l’età adulta. Sempre sulla soglia.
francesca baboni
mostra visitata il 20 gennaio 2007
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