Una ventata di freschezza oltreoceanica soffia negli spazi dell’Agenzia 04, travolgendo la superficie chiusa del quadro e non solo. Le tre giovani artiste invitate da Giulia Allegri offrono uno spaccato della scena emergente della Grande Mela, lontano da cupi grigiori intimisti e da ossessioni post terroristiche, la cui ansia derivata sembrerebbe serpeggiare nello stato d’animo diffuso.
L’iconografia a cui si fa riferimento, invece, ha sicuramente una base nell’ambiente pop, in quello più energico, colorato e sperimentale, sia di matrice inglese che americana.
Il personaggio diventa icona, ed è protagonista del lavoro di Megan Whitmarsh (1972, vive a Los Angeles). Le sue tele sono caratterizzate dall’assenza di sfondo, sostituito in massima parte da omogenee campiture di colore. Yeti, elfi e nani, riuniti in piccoli clan, assumono atteggiamenti antropomorfi, senza limitarsi alla logica di gruppo, ma spingendosi fino all’imitazione di comportamenti umani “moderni”. Non è strano scorgere alcuni di loro imbracciare apparecchi per la riproduzione di musica o vivere in spazi di connotazione casalinga e domestica. La fantasia onirica della Whitmarsh supera la canonica rappresentazione pittorica utilizzando, come mezzo preferito, il ricamo, che contrassegna i protagonisti stereotipati delle sue favole di un dato intimo e personale.
Le algide riprese negli interni di Rebecca Chambelain (Pennysilvania, 1970) fissano gli elementi di un design, ormai mitico, nei loro spazi d’uso. La prima impressione è che il suo sia uno sguardo ammaliato, attirato da quelli che sono stati eletti come simboli di una cultura. In realtà la sua tecnica sgrana l’immagine, le rende logora di tutti gli sguardi che ci si sono posati. Non è difficile così avvicinarla, per la natura stessa della resa, alle fotografie della sedia elettrica, ai crash e tutti gli altri temi passati attraverso il consumo del tempo (e del pubblico sguardo) nell’opera di Warhol.
Dalla cultura artistica americana passiamo a quella inglese per scoprire i riferimenti di Elisabeth Huey. Il suo sarà pure un tentativo di mescolare i contenuti di diverse epoche per creare paesaggi differentemente ripetuti, ma non si discosta, nel risultato dai collage eterogeneamente composti in ambito britannico alla fine degli anni ’50.
Un’atmosfera che trasuda joie de vivre, di una sottile delicatezza femminile (intesa come indicazione di sensibilità e non di genere) che non pretende di essere ascoltata o ricordata e che, proprio per questo, merita di essere assaggiata.
claudio musso
mostra visitata il 21 gennaio 2006
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6 troppo fico....
anche le foto della tua homepage zio mi sembrano un pò egocentriche no?