Un po’ ci ricorda quel demonio del suo amico Damien Hirst, che immergeva animali in formaldeide e li esponeva nelle sale dei musei. Come lui, l’artista britannico ha fatto centro, scegliendo come parola d’ordine la provocazione, anche se in questa occasione ha un po’ troppo frenato il suo spirito da monellaccio e si è limitato a selezionare ciò che di più rappresentativo dell’Inghilterra immaginiamo e ricordiamo tutti: il punk, il calcio, Churchill e i bobbies.
Marcus Harvey (Leeds, 1963; vive a Londra) si è sempre distinto per le sue prorompenti opere-icona. Ha oltraggiato con il suo ritratto di Myra Hinley (1995), la donna che aveva assassinato un gruppo di adolescenti. Nel quadro, il viso in primo piano della Hinley è ricreato attraverso migliaia di impronte di mani di ragazzini. Meno macabre, ma altrettanto dirompenti, l’immagine di una ragazza seduta sul water mentre espleta i suoi bisogni, con tanto di rotolo di carta igienica in mano (Jess on the toilet, 2004), o le immagini dei suoi dittatori “preferiti”, Hitler e Mussolini.
Ora Harvey sceglie un altro mito pop e stuzzica lo spettatore sostanzialmente solo con il titolo della rassegna, Albione, come era chiamata dai capi del Regime fascista l’Inghilterra. Non riesce ad urtare veramente gli animi dei contemporanei, ma forse non ha nemmeno intenzione di farlo. Con il suo Winston Churchill ci fa sorridere perché un personaggio della vita politica, così serio e serioso, diventa clownesco nel suo assomigliare ad un mohicano punk per via di quella zolla er
Harvey dipinge in grande formato con ricche pennellate di colore ad olio steso direttamente sulla tela con l’aiuto del pollice. Prepara la tela e la incornicia lui stesso in una struttura nera possente, massiccia, lineare.
L’artista inglese propone dunque ancora grandi opere-simbolo. E ce le consegna pronte per essere immerse in quella distesa d’acqua che vediamo all’orizzonte di quell’isola, l’Inghilterra, che non ha ancora finito di farlo sognare e creare.
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