Affascinante per ogni epoca e per ogni espressione del pensiero umano, l’ego colpisce ancora; del resto penetra tutti gli aspetti della vita, come potrebbe non essere croce e delizia dell’arte? Croce perché ribadisce l’angoscia di un’identità frammentata, scomposta e contraddittoria, ma anche delizia nello sforzo di realizzare quel sogno lontano, quell’Eden perduto dove poter ricomporre armoniosamente i cocci della coscienza. Un agognato ma irraggiungibile traguardo.
Si può dunque ben parlare di mito dell’ego nell’odierna società, o appunto di EGOmania, interpretandolo come una vera e propria dipendenza, che i lavori in esposizione trattano nei modi più disparati, accompagnati da rapide citazioni a tema di grandi scrittori e pensatori le quali aprono, dai muri bianchi, le voragini del dubbio, dell’ossessione.
A partire dai cani in bronzo di Liliana Moro, scelti come immagine di presentazione della mostra, tutti perfettamente identici ed evocatori di quella scissione dell’io di cui si diceva; un unico soggetto che furiosamente combatte contro se stesso fino ad annientarsi.
La tedesca Hanne Darboven indaga invece un altro dei tic più rappresentativi della modernità, l’ansia razionalizzante, che trova nel calcolo matematico la via all’espressione e alla normalizzazione dell’io, che -spesso inutilmente- si cerca così di rendere inoffensivo. Ma il destino di questi tentativi sembra prefigurato nelle opere dei due coreani Dongwook Lee e Naneun: i microuomini del primo fanno riaffiorare il classico e perenne senso della nullità umana, attraverso le ben note metafore della dimensione ridotta e della nudità; in modo semplice, se vogliamo, ma di straordinaria efficacia.
Il secondo propone una nutrita serie di disegni onirici che partono da un soggetto macroscopico che più da vicino si rivela articolato in innumerevoli, minuscoli sviluppi grafici, i quali portano allo smarrimento invece che ad una chiara e analitica definizione della figura; a testimoniare ancora una volta di come sia difficile per l’uomo accettare fino in fondo la complessità del proprio essere.
La tematica compatta dell’ego conduce quasi sempre ad interpretazioni che si orientano in base a polarità opposte: grande/piccolo, interno/esterno, inizio/fine. Come se un’identità non fosse definibile se non per opposizione, in negativo; come se esistesse solo nel punto di mezzo, in quell’equilibrio precario e mai definitivo tra gli estremi. Lo riconfermano i grandi circoli di Ugo Rondinone, le cui fasce di colore concentriche, se fissate, risultano sfocate, come un io appunto non circoscrivibile; e sembrano inoltre assommare una forza centrifuga ad una centripeta, per cui l’occhio, dapprima condotto a dirigersi verso l’esterno del cerchio, viene di colpo sbalzato nuovamente verso quel centro da cui era partito. Dialogo col mondo da un lato, impotenza e impossibilità di fuga da se stessi dall’altro.
Non si può raccontare tutto, ma EGOmania continua, pur con qualche assenza di grido (ma dove l’avete messo Luigi Ontani? E Roman Opalka?). Tim Hawkinson e il suo particolarissimo autoritratto “dal ginocchio in giù”, Chaimowicz e il suo io come luogo surreale colmo di oggetti che sono pezzi di vita, una vita cui il visitatore può prendere parte.
Ma anche le due enormi tende di Markus Schinwald, che si fronteggiano e mostrano scene opposte, su un inquietante sfondo rosso: da una parte un’immagine di idilliaca serenità, dall’altra una veduta infernale: chi può dire poi se la verità celata dalle tende sia quella che la scelta iconografica sembra suggerire oppure il suo contrario? Di nuovo due poli, il bene e il male, riportano alla medesima circolarità dell’esistenza, alla stessa specularità/contrapposizione che caratterizza l’identità come ineluttabilmente doppia: il solito eterno dilemma.
giulia barbieri
mostra visitata il 18 febbraio 2006
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Sono un studentessa e actualmente sono it italia o visto il vosto foto e miano piacuto tanto. gratulacioni.