«Ho cercato a lungo, nell’universo fotografico di Bruno Cattani, ciò che continuava a provocare le vertigini…». Così si interroga Michèle Moutashar, direttore del Museo Reattu di Arles, e similmente molti altri di fronte alle immagini che Bruno Cattani ha realizzato ponendosi di fronte a statue dei secoli passati, con in mano una macchina Polaroid caricata con pellicola in bianco e nero. Una ricerca, questa, che ha origine nel progetto che alcuni anni fa coinvolse diversi fotografi di Reggio Emilia in una lettura fotografica degli spazi e delle raccolte dei Musei Civici.
Le immagini, di grande densità tonale, analizzano il soggetto avvicinandone le parti più espressive, gli occhi, le mani, i profili decisi o sinuosi, cosicché talvolta i corpi di pietra sembrano l’incarnazione del modello redivivo, talaltra l’evidenza del relitto frammentato sprigiona una forte aura di mistero. Le Polaroid, nel piccolo formato quadrato, sono inoltre presentate a volte singolarmente, ma più spesso vanno a costituire dittici e trittici, soluzione con cui Cattani amplia ulteriormente lo spettro analitico e interpretativo al tempo stesso, moltiplicando ora i punti di vista ora le relazioni tra gli oggetti.
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Daniele De Luigi
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