Curiosa l’assonanza con il nome del noto regista John Waters. Altrettanto curioso è notare come questo giovane promettente pittore inglese ricordi il cineasta di Baltimora nel suo giocare deliberatamente con il kitsch e il trash, risultando ad un primo sguardo quasi umoristico. John Walter (Dartford, 1978; vive tra Londra e New York) nasconde una serie di sorprese. Con Maximum Noise, titolo della mostra, spinge al massimo sull’acceleratore della citazione di stampo surrealista per parlare con leggerezza di una realtà più oscura, forse inquietante. La “paranoia critica” di Salvador Dalì è infatti “la malattia” che affligge il pittore, in tutti quei casi in cui nelle tele si scorgono immagini diverse, figure doppie, interpretabili in modi differenti. Walter tende ad alterare la riconoscibilità dell’immagine in una serie di deformazioni e sostituzioni che fanno entrare il soggetto rappresentato dalla porta per poi farlo uscire in un’altra dimensione, a volte mostruosa, altre volte stupefacente.
E così, di fianco a semplici oggetti del quotidiano, come un tagliaunghie o un orologio, l’artista sovrappone immagini di culto cristiano (un vescovo con tanto di mitra), immagini cult del mondo dell’arte (la testa del ragazzo con il cesto di frutta del Caravaggio) e della musica pop (Grace Jones e la sua indimenticabile smorfia di Slave to the rhythm). Ricreando un minestrone- collage che solo un’attenta analisi può a stento scomporre nei suoi singoli elementi.
Walter lavora servendosi del disegno, dell’acquerello e di qualunque altra tecnica lo possa ispirare e guidare quasi “automaticamente”. Dunque spruzzi, macchie, campiture di colore pastello e fosforescente. Verde, rosa, azzurro, colori shocking che aggrediscono chi guarda queste superfici di grandi dimensioni, che appaiono dissacranti quando in primo piano citano evidentemente la dama con ermellino del Leonardo la cui testa è però quella di Darth Vader di Guerre Stellari.
Walter mescola i protagonisti delle arti maggiori e minori, del mondo dei mass media e del consumismo, con la religione. Lo fa senza intento accusatorio; non vuole creare scale di valori o scandali. Semplicemente, come un bravo paziente freudiano, si abbandona alla libera associazione di idee, quasi che la sua opera volesse riportare i risultati di una seduta psicoanalitica. Ma di quante sedute avrà bisogno il paziente prima di vederlo guarito?
alessandra cavazzi
mostra visitata il 15 giugno 2007
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