“Il mio lavoro parla da solo”. Fisico asciutto, il volto spigoloso, lo sguardo diretto e limpido, James Nachtwey (Syracuse, New York, 1948) ha invitato così il folto pubblico ad incontrare le sue opere, 160 scatti dal 1990 ad oggi.
Alle spalle del grande fotografo due immagini delle Twin Towers crollate, una vasta onda di polvere che occupa il cielo, quella parete sospesa che evoca i profili di una cattedrale. Guerra anche questa? Ma Nachtwey non pare darsi confini: al di là del titolo – oltre l’Iraq, i Balcani, la Cecenia, il Rwanda, l’Afghanistan, oltre il mondo disperato, oltre i corpi dilaniati, lo spaesamento, gli occhi vuoti – è la parte oscura dell’uomo, la sua capacità di produrre terribili sofferenze, indicibile pene, ed è questo l’oggetto del suo lavoro.
E allora in Crimine e castigo ecco la violenza degli Stati Uniti, metà anni ‘90, delitti e poliziotti, crimini e perquisizioni, reclusi e pene; ma ci sono anche le Carestie, un bimbo da seppellire in Somalia, lenzuoli funebri, l’attesa dell’acqua, del cibo, una sorta di resa al destino, nessun gesto possibile, i corpi ancora vivi, poco più che ossa e occhi lucidi. Sono esposte anche le immagini di Romania, 1990: gli istituti nel degrado, nella miseria, nell’abbandono per gli orfani, i vecchi, i malati, i letti come frontiere, spazio limite dove trascorrere lunghe ore e giorni senza affetti, cure, protezione, compagnia.
Immagini che svelano, mostrano, raccontano, denunciano, con concretezza, indignazione, rabbia, verità. “Vorrei che il mio lavoro potesse appartenere alla storia visiva del nostro tempo per radicarsi nelle nostre memoria e coscienza collettiva”, dice.
Anche se in molte fotografie si coglie pure la cura compositiva, la ricerca di un’essenza estetica capace di giungere in modo diretto all’emozione, verità e metafora ad un tempo, come per il nero profilo di un fucile, gli occhi febbrili di un bimbo seminascosto, la donna con il burqa sola a pregare su una tomba. Con la volontà non di raccontare quel tutto che poi rischia di svanire, quanto gli individui, le situazioni, che poi -nella mente di chi guarda- diventano subito segni di verità più ampie, altri strazi, persecuzioni, lutti.
Nachtwey testimone: la fotografia concepibile quasi come il contrario della guerra, immaginabile utopicamente come rimedio per migliorare il mondo. Ferito da una granata a Bagdad nel dicembre 2003, l’autore avverte la responsabilità di continuare, un pensiero con cui sente di dover fare i conti tutti i giorni, “perché so che se mai permettessi alla mia sincera compassione di essere sopraffatta dall’ambizione personale avrei venduto la mia anima”.
Ecco: forse quel valore aggiunto che si avverte dentro le immagini è proprio la tensione etica che si fonde meravigliosamente con la tecnica, la visione estetica, senza mai perdersi, svanire. Per il visitatore un appello alla coscienza, una consapevolezza indelebile.
valeria ottolenghi
mostra visitata il 16 ottobre 2004
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