La New York degli anni Ottanta, dopo l’incontrastato dominio pittorico dell’Espressionismo Astratto americano, del movimento della Pop Art, del Minimalismo e di tutte quelle forme espressive legate all’utilizzo delle nuove tecnologie, è protagonista di una ripresa della figurazione pittorica. Questa tendenza ad un ritorno alla pittura è confermata anche dal notevole successo di pubblico che, forse stanco di aniconicità, anela ad opere costruite sulla base di una valenza narrativa, anche se formalmente estrema. Sono gli anni in cui si fa strada un drappello di pittori, tra i quali ci sono Ross Bleckner, Jonathan Borofski, Jack Goldstein, Robert Moscowitz, Nicholas Africano, Susan Rothenberg e Donald Sultan.
Di questo gruppo di artisti fa parte anche Erich Fischl, che approda negli anni Settanta, dopo un primo coinvolgimento nell’astrattismo, ad un realismo confermato poi negli anni successivi. La mostra di Bologna, a cura di Vittoria Coen, offre la prima occasione di confrontarsi in Italia e in maniera così ampia con tutte le fasi della sua produzione. Le opere, tutte di grandi dimensioni, ci introducono nel mondo pittorico di Fischl, caratterizzato da un’apparente facilità di lettura, che poi trascin in ossessioni e disagi esistenziali più profondi.
Punto di partenza è la riproduzione di particolari comuni, come una poltrona o un oggetto di uso quotidiano, in situazioni diverse. Questo meccanismo formale appare evidente nel recente The Bed, the Chair Touched (2001) in tutta la serie The Bed, The Chair…, realizzata tra il 1999 e il 2001. In quest’ottica nei lavori di Fischl il paesaggio diviene un puro supporto, un set cinematografico, uno sfondo necessario alla figura umana, che è sempre presente, sia in ritratti che in raffigurazioni di gruppo. Così il fondale di Barbeque (1982) e di Cargo Cults (1984), dove la borghesia americana è ritratta nei suoi ozi e divertimenti, è ben diverso dal paesaggio rappresentato in On the Stairs of the Temple (1989), resoconto del viaggio dell’artista in
Dopo il viaggio in India l’artista si sposta in Italia, affrontando un viaggio che assume una valenza simbolica particolare perché è realizzato dopo la morte improvvisa del padre. Di questo periodo sono il Beata Ludovica (1996) e la La spesa (1996), nei quali il gioco di luce ed ombra diventano preminenti. Ciò che comunque interessa maggiormente Fischl nella rappresentazione della beata Ludovica Albertoni di Gianlorenzo Bernini è la sensualità del suo stato di estasi. L’elemento della sensualità risulta infatti trasversale in tutte le sue opere e ritorna anche nel Potrait of the Artists as a Woman (1989), dove l’artista si ritrae vestito da donna.
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