Due personali a confronto negli ampi spazi della galleria Centro Steccata e una collettiva che vale la pena di considerare. Due maestri ormai storicizzati del Novecento, Mattioli (Modena, 1911- Parma 1994), intimista e raccolto, e Matta (Santiago del Cile, 1912 – Roma 2002), provocatoriamente bizzarro e sottilmente ironico. A corollario “gli altri”: nove artisti di quella generazione di cinquantenni che hanno raccolto da Matta in eredità una sorta di surrealismo giocoso e ludico, sapendolo rinnovare nel segno di una moderna creatività.
Si parte dalla stanza dedicata a Carlo Mattioli e ci si immerge nella materia corposa delle nature morte private degli anni Sessanta e di quei paesaggi-non-paesaggi degli anni Ottanta, che vanno a stimolare i sensi alti e viaggiano concettualmente sul filo dell’astrazione. Dando testimonianza di quei ritmi che aiutano a comprendere i “sovrumani silenzi” (come li definiva l’artista stesso) e che riportano ad un altrove visibile solo nella contemplazione. Ad un fruscìo che sfugge, a quella parte restante che sta al di là e al di qua del racconto visibile, che Mattioli sapeva cogliere oltre le pianure, le colline, le montagne o i celebri alberi. Le pennellate dense del pittore dell’intimità dell’anima scavano la tela e imprimono il loro marchio anche nella serie delle Ginestre, d’ispirazione leopardiana, che vedono l’utilizzo di materiali di recupero, pezzi di legno vecchio e cartoncino.
Di tutt’altra poetica è Robert Sebastian Echaurren Matta -amico di Breton e Dalì e redattore del Manifesto del Surrealismo– autore dalla pittura onirica, inconscia e concitata, che mostra morfologie psicologiche dettate da un certo impulso provocatorio, libero e in qualche modo allegro, cosa ben rara tra gli esponenti del genere. “Architetto di un moderno labirinto, alimentato dalle stesse contraddizioni che in esso si celano”, come lo definì Marcel Jean, Matta propone visioni galattiche dinamiche, illuminate da bagliori che suggeriscono spazi immaginari dell’esistenza, luoghi caotici abitati da figure organiche antropomorfe –come in Cape Canaveral o L’automortobile– dipinte secondo il principio dell’automatismo pittorico psichico surrealista, sulla scia dell’inconscio. Si passa infine agli altri, e l’ironia fantasiosa è assicurata con il cibotranscomico, goloso e glassato, del parmigiano Silvano De Pietri e con il Babbo Natale in vespa in
Si entra poi nel parco giochi all’insegna del ludus con la giostra di Roberto Orlandi (1954 – 1995) e con il regno surreale di Walter Guidobaldi in arte Wal (Roncolo, Reggio Emilia, 1949), che si muove tra putti pasciuti e gatti di terracotta appollaiati su obelischi-totem finemente lavorati. E ancora, con i divertenti e spregiudicati Fenomeni naturali –composizioni di fiori e frutta, naturali o fittizie, dal rimando arcimboldesco– del bambino mal cresciuto Corrado Bonomi (Novara, 1956). Un discorso a parte meritano i Guerrieri di Sergio Fermariello (Napoli, 1961), segni criptici che rimandano al Matta più onirico e misterioso, ideogrammi reiterati dalla valenza filosofica, dal metalinguaggio volutamente indecifrabile. Il corollario ad una mostra che spicca per una scaltra eterogeneità sostenuta tuttavia da un’indubbia qualità.
link correlati
www.lodoland.com
www.plumcake.it
www.carlomattioli.it
francesca baboni
mostra visitata il 20 gennaio 2006
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