Vedute leziose da Arcadia con fiumi placidi, fotografie da documentario naturalistico di zone palustri risanate, cartoline illustrate con fonti zampillanti per il turista da viaggio organizzato. Nulla di tutto ciò alla mostra Radici d’acqua. Anzi, di acqua se ne vede addirittura pochina, senza che si tradisca però la dichiarazione d’intenti del titolo. Ciò che i cinque giovani artisti sono stati chiamati ad investigare, grazie ad un progetto promosso da una committenza d’eccezione come l’associazione ormai storica Italia Nostra, non è dunque l’ambiente reggiano inteso come inerte e immutabile, ma viceversa come essere vivente in continua evoluzione, il prodotto dell’antropizzazione e della relazione tra uomo e natura. In più sensi: l’addomesticamento dell’acqua per i desideri e bisogni dell’uomo; lo sguardo che permette di cogliere i tratti salienti di un luogo tanto da renderlo riconoscibile e qualitativamente unico; il rapporto personalissimo che s’instaura tra un individuo e un elemento portatore di significati archetipici profondi. In ognuna di queste declinazioni l’artista riscopre sia le radici di un territorio massimamente plasmato dalle acque, sia dell’essere umano affinché “i luoghi, gli spazi, le architetture, i volti possano diventare riconoscibili, familiari, abitabili”, come sosteneva Luigi Ghirri, figura di riferimento per qualsiasi ricerca sul paesaggio in senso moderno, citato anche dal curatore Daniele De Luigi.
In ciascuna foto di Teodoro Lupo (Treviso, 1975) il paesaggio naturale è come trafitto da un oggetto ad esso estraneo, da una suppellettile artificiale che va ad incastonarsi in un ambiente fatto d’acqua e alberi. Non c’è critica di carattere ecologista, ma un appunto all’assuefazione alla manipolazione dell’ambiente.
Marco Manfredini (Milano, 1974) riesce ad introiettare l’energia e la semplicità dell’acqua nei gesti e nelle espressioni di un “dogarolo”, il cui compito è la regolare ispezione del livello dei canali d’irrigazione, in una sorta di reportage introspettivo. Come Manfredini, Vincent Breton (Salon-de-Provence, 1971) usa il bianco e nero, ma con finalità diverse. L’eleganza formale delle sue immagini trasfigura le apparecchiature degli impianti e delle centrali idriche in segni raffinati, in macchine ingentilite da uno sguardo benevolo verso chi le ha progettate e successivamente usate. Non tradisce i suoi lavori precedenti Marco Campanini (Parma, 1981), fotografando delle carte topografiche antiche di Reggio Emilia e zone limitrofe. L’uso ricorrente della sfocatura gli permette di generare un alone di indeterminatezza sulle aree individuate dallo scorrere silenzioso del fiume sulla carta e allo stesso tempo di illanguidire i tratti delle stampe, tanto da farle apparire come acquerelli. Meno concettuale l’approccio di Federica La Rosa (Basilea, 1971) in cui la sensualità del contatto del corpo nudo con l’acqua viene resa con fotografie dall’effetto flou, dove il confine tra la fisicità umana e l’elemento si perde a favore di uno stadio embrionale, privo di consapevolezza.
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thelma gramolelli
mostra visitata il 13 gennaio 2006
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