È Ernö Rubik, scultore e professore di architettura ungherese, dal celeberrimo cognome legato indissolubilmente al noto rompicapo, che dobbiamo il riferimento introduttivo, usato come collante per questo gruppo di artisti.
Il pregevole meccanismo (concepito nel 1974 e chiamato anche “cubo magico”), deve la sua fama alla sua facoltà di esplicitare il principio di ars combinatoria applicato ad un numero impressionante di posizioni possibili. Di questo “dono” sembra dotato anche il curatore, che con abili mosse di spostamento e giustapposizione presenta un prodotto apparentemente perfetto, tanto da alludere all’agognata soluzione del suo referente.
La mostra si articola in tre sezioni che si compongono in base ad un criterio prettamente formale, piuttosto che ad un livello di intenzionalità artistica individuale.
L’ortogonalità cartesiana e la rigorosità geometrica sono alla base della sezione Architettura. All’interno del contenitore tematico gli esiti sono i più diversi: si sposano riflessioni costruttive e strutturali di edifici diventati ormai vere icone del settore (il Bauhaus di Stefano Paron) con interventi di riproposizione filtrata e tecnicamente opposta alla pesantezza intrinseca dei materiali da costruzione (gli edifici intagliati nel cartoncino di Polona Maher), alle sperimentazioni digitali 2D di riconversione di un panorama volumetrico per sua natura (Marotta&Russo).
Allo stesso modo il Gioco, di costruzione di un oggetto o di sua conoscenza tramite smontaggio, è il trait d’union del lavoro di alcuni artisti.
Quello di Riccardo Amabili ad esempio, che blocca sul metallo, fissa ed immutabile, l’estetica cangiante degli schermi di vecchi videogiochi, idealizzandola e rendendola immagine culto. Oppure quello di Dario Moroldo, che nella shape di un cubo in assonometria (tributo, forse, all’affascinate invenzione del titolo) riprende indagini ludico-percettive che furono tipiche dell’arte Optical. E ancora Marco Bertozzi, che forte della lunga tradizione artistica del wall-drawing, si unisce agli altri per avere usato come soggetto dei suoi dipinti “le costruzioni” ad incastro (come i LEGO), topos del gioco didattico infantile.
In ultimo un po’ di Colore. Sia per i foto-cromatismi di Anton S. Kehrer, basati su un esplicito referente architettonico, traslato (e reso irriconoscibile), che per la “ricerca della verità nella percezione” nell’opera, rigorosa e fortemente concettuale, di Federico Maddalozzo.
L’immagine complessiva, in questo modo, sembra compromettere l’effettiva comprensione delle ricerche, a favore di accorpamenti che appaiono come semplificazioni. Non ne scaturisce un’interazione attiva soggetto-oggetto, quanto piuttosto un bagliore che impatta l’occhio alla stregua di una lucida copertina patinata.
claudio musso
mostra visitata il 20 maggio 2006
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chi ha incastrato Roger Rabbit?
io!! L'ho incastrato (e anche castrato) io!!!
Ma sai... si voleva suicidare dopo aver visto questa mostra...