Il segno che parte da un tratto a matita diventa il mezzo principale della comunicazione. Nella sua estrema ed essenziale semplicità, equivale ad una nota, ad una parola, ad un verso. E’ il crogiuolo delle arti quello praticato da Jean Cocteau, artista eclettico, capace allo stesso tempo di essere avanguardista e tornare al classico, di essere regista, pittore, scrittore, poeta e perfino ceramista, di passeggiare con Picasso così come con Stravinskji.
E alle sue straordinarie doti è dedicata la mostra di Bologna. Per Cocteau scrivere è come disegnare, fa parte di quell’unico progetto che consiste nel sorprendere e a volte scandalizzare, rappresentare una realtà onirica che unisce la componente ludica al lavoro dell’intelletto e che ribalta le nostre convinzioni in una continua dialettica tra gli opposti.
Le linee vengono legate e diventano scrittura, così come la scrittura slegata diviene disegno: la sua arte è la rappresentazione segnica di un’idea astratta, di un gesto e di un’anima: “accerchio i fantasmi e trovo i contorni
La mostra evidenzia così non gli aspetti intellettualistici delle sue opere, ma tende a ricreare l’atmosfera parigina, quella dei boulevard; la leggerezza e al tempo stesso la profondità dei suoi lavori, che spaziano dalla ripresa della mitologia classica (specie in cinematografia) alle litografie in serie dei baci e degli amanti.
Le tecniche pittoriche vengono utilizzate come mero strumento oggettivo: matite, olio, litografie sono quasi sempre accompagnate dalla parola scritta; semplici parole, morfemi, a volte senza un apparente ordine logico si mischiano a date e colori.
Guardando, leggendo, ascoltando le opere di Cocteau si potrebbe pensare a lui come ad un autore impersonale -un po’ Picasso un po’ Apollinaire- ma in realtà non è neanche questo. Una qualsiasi classificazione risulterebbe riduttiva e toglierebbe valore e personalità ad una genialità polimorfa e sfaccettata. Un talento nella comunicazione che ancora oggi continua a suggestionare con i suoi tanti misteri.
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