In mostra sono una ventina di opere pittoriche dell’ultimo scorcio degli anni ’50 e degli anni ’60. Il rigore compositivo ed un cromatismo intenso ed armonico sono qualità evidenti nei lavori di Giorgio Bellandi, che sa tuttavia alternare momenti di estrema libertà lirica a composizioni più geometriche costruite su un impianto formale a texture.
Divenuto amico di Rodolfo Aricò durante il periodo degli studi al Liceo Artistico di Brera, Bellandi partecipò nel ’64 alla Biennale di Venezia e nel ’65 fu invitato alla IX Quadriennale di Roma. La sua attività espositiva fu intensa sia in Italia sia all’estero, fermata solo da un’improvvisa malattia che gli fu fatale.
Maurizio Calvesi ha interpretato quella dell’artista come una “pittura di racconto… percorsa da una vena narrativa fatta di evocazioni di ascendenza proustiana”.
Abbandonata l’attività di scenografo che lo portò a lavorare per la Scala, negli anni ’50 Bellandi esordì come pittore; le sue prime prove sono caratterizzate da una figurazione che viene comunemente inserita tra la Nuova Figurazione ed il Realismo Esistenziale. Negli anni ’50 la scena italiana era fortemente invischiata nella sterile polemica che opponeva figurazione ad astrazione. Bellandi dimostrò sul campo tutti i limiti di tale dibattito sapendo traghettare la sua ispirazione dall’ambito figurativo iniziale a quello astratto degli anni ’60, per poi tornare di nuovo alla figurazione nell’ultimo scorcio della sua vita; e tutto ciò senza che la sua pittura perdesse alcuna qualità di intensa espressività e di intimo trasporto.
“Dedico questo lavoro alla Vita, punto e basta”, scrisse Bellandi, dichiarando fino in fondo la componente autobiografica del suo lavoro ma anche la volontà di esprimersi in estrema libertà ed autonomia.
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