Materia e lustrini. Oltre al gioco e al divertissement, dietro all’oggetto realizzato con materiale ordinario, traspare il significato filosofico di un’esistenza. Poiché sotto alle opere divertenti e sottilmente ludiche di Paola Pezzi (Brescia, 1963) si nasconde come sempre un contenuto che conduce alla riflessione. Nella nuova serie in mostra, che dimostra una raggiunta maturità e un completamento del lavoro precedente, Pezzi, “scultrice e non scultrice”, si re-inventa in un modo coerente e complesso, recuperando brani sparsi della sua anima -presente e passata- per poi metterla ancora una volta a nudo.
L’artista riesuma quasi con affetto i blocchi di terra che utilizzava all’inizio del suo percorso artistico, avvolgendoli amorosamente con panni, tela o strati di gommapiuma. Come fossero reperti archeologici dissotterrati da custodire gelosamente, frammenti decorativi scoperti durante una campagna di scavo. Li ricopre poi con brillantini che ricordano le antiche porpore e che si sposano perfettamente alla neutralità della terra, unendo la sobrietà alla preziosità del materiale luccicante, in un’originale reinterpretazione personalizzata dell’Arte Povera, appresa da Luciano Fabro negli anni di Brera e condita dalla leggerezza giocosa di un Pino Pascali.
Negli oggetti, ruvidi e morbidi allo stesso tempo, intimamente assoluti, l’uso della terra va a simboleggiare la stessa vita dell’artista, come un nucleo interiore dal quale scaturisce un’energia primaria. Paola Pezzi scandaglia la propria interiorità attraverso una rappresentazione ludica, ma nell’andare così in profondità non risparmia nulla di se stessa. Con le sue piccole sculture leggere, non s
Nelle mani guantate rivestite di lana, che trattengono girandole colorate dalle geometrie cinetiche o traiettorie luminose composte da quadratini a mosaico, dalle dita volutamente occultate come a voler prendere le distanze dalla realtà, si legge un lavoro di raccolta e di unione, di concentrazione anziché di espansione, profondamente intimista. Che presuppone in nuce la virata sorprendente verso il concettuale delle ultime opere: nei volti che affiorano come imprigionati dall’interno e spingono per uscire dalla tela, sagome mute, rigide ed enigmatiche, ricoperte da maglia e lurex. Forse l’inizio di una ricerca diversa, più sofferta. Sicuramente coraggiosa. Con cui l’artista ci mostra l’altra metà -quella oscura e misteriosa- del suo mondo fatto a pezzi.
francesca baboni
mostra visitata il 18 febbraio 2007
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