Bastano una decina di tele a sintetizzare efficacemente gli ultimi anni di ricerca pittorica di Fabio Torre, bolognese cinquantacinquenne con un non lontano passato da veterinario. Forse merito della calda e intima partecipazione che si prova nel vedere i suoi quadri, di quella sensazione di già visto che costantemente richiama il potere sublimante della fotografia, spesso ti riporta alle immagini di certo cinema e a tratti sembra farti scorgere un personaggio di Hopper stagliato sul controluce di una vetrata.
E’ l’Ex Falegnameria di Via Val D’Aposa, uno dei due spazi espositivi dello studio galleria G7, che ci regala la prima personale bolognese di Fabio Torre. Una breve serie di oli su tela nei quali una raffinata tecnica pittorica si fonde sinergicamente con le suggestioni della visione fotografica.
Di assoluta centralità nelle sue opere è la figura umana, immobilizzata in un frammento di esistenza. Un corpo che ci appare quasi sospeso, nell’attesa di riprendere il movimento, congelato in un’istantanea, catturato nel mezzo di un’azione qualsiasi. Come in una foto appunto o, ancor meglio, in un frame cinematografico. Neanche la forma del dittico (qui presente in più occasioni) serve a dare continuità all’azione, ad imprimere forza narrativa all’immagine.
Da qui forse l’alone di mistero che sembra circondare le scene ritratte, il silenzio e la solitudine che quasi percepisci fisicamente, la sensazione di straniamento che si accompagna e mai stride con la quotidiana
Solo la profonda incidenza della luce ravviva e allo stesso tempo, paradossalmente, “ferma” in maniera più netta la staticità delle figure. Ci fa leggere il frammento di realtà, l’immagine raffigurata. Ma è solo un attimo: perché l’uso del controluce, abbinato a una riproduzione in negativo della realtà, acuisce ancora una volta la sensazione di straniamento che la visione delle opere produce.
La sintesi a questo punto sembra compiuta, Fabio Torre riesce magistralmente a registrare su tela attimi di una quotidianità qualsiasi, sospesa fra dejà-vu e mistero, fra ordinarietà e straniamento. Come il fotogramma di un film, come un’immagine fotografica. O come un racconto di Carver.
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Marco Gambula
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