La fotografia ha trascorso i suoi primi decenni di vita su rigide e pesanti lastre di peltro (dagherrotipi), per poi sostituirle gradualmente con supporti cartacei. Oggi in pochi scommetterebbero su un ritorno a quei primordi, ma Matthias Biehler (Santiago del Cile, 1958) ha riaperto i giochi. Da tre anni trasferisce l’emulsione fotografica su lastre di cemento; impone a immagini create dalla luce una difficile convivenza con un supporto che è la quintessenza della pesantezza.
Come Joseph Nicephore Niepce, che puntava la prima fotocamera della storia su una modestissima veduta di case e tetti, offertagli dalla finestra del proprio studio, Biehler spesso testa la propria invenzione su anonimi particolari architettonici. Il soggetto affrontato, la granulosità del supporto e la scelta del bianco e nero rendono possibile un’incredibile somiglianza tra alcuni suoi lavori e quella che viene considerata la prima fotografia della storia: la Veduta da una finestra della casa di Gras”(1826-27) di Niepce.
L’artista riesuma aspetti arcaici del medium fotografico e li spinge su terreni poco battuti. I giochi chiaroscurali della fotografia sono ammorbiditi dalla granulosità del cemento, mentre quest’ultimo, avvolto da soffici sfumature, perde la sua rigidità e acquista un’inaspettata leggerezza. Se Biehler obbedisce a quello che secondo Rosalind Krauss è il vero imperativo dell’arte contemporanea –Reiventare il medium-, Mary Obering (Luoisiana, 1937) celebra i vecchi fasti del linguaggio pittorico. Le sue tavole sagomate, spesse fino a quindici centimetri, riproducono, in tanti rettangoli, esempi impeccabili di tecniche artistiche da museo. Come in un campionario di effetti pittorici del passato, si passa senza interruzioni da una superficie rivestita con foglia d’oro o d’argento alla creta brunita, dall’encaustica a raffinatissime campiture di colore a tempera.
Dense paste vengono distribuite sulla superficie pittorica, lasciando intravedere, lungo i margini sfrangiati dei rettangoli, un lento e sapiente lavoro di stratificazione del colore. I dipinti della Obering devono molto alla pittura italiana pre-raffaellita, ma anche alle reiterazioni di moduli rettangolari del Minimalismo e all’amicizia con artisti del calibro di Carl Andre, Donald Judd, Sol LeWitt, Robert Mangold ed Elizabeth Murray.
Se due artisti tanto diversi sono stati riuniti in un questa doppia personale lo si deve alla presenza di alcuni punti di contatto. All’aspetto scultoreo conferito ad oggetti di natura bidimensionale, foto e dipinti, e alla grande attenzione prestata alle origini del proprio medium d’adozione, sia esso la fotografia o la pittura.
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www.maryobering.com
enzo lauria
mostra visitata il 23 febbraio 2006
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