Ricordo ancora quando anni fa ho percorso per la prima volta le impervie scalette che mi avrebbero portato al salone che custodiva tesori per me spettacolari, incunaboli importanti per lo studio della storia dell’arte non solo emiliana. L’emozione era stata grande di fronte al dispiegarsi ardimentoso delle ante dell’organo dipinte da Cosmè Tura, pittore preferito della corte estense della metà del Quattrocento. M’avevano colpito quelle forme che sembrano intagliate nella purezza dura ed opalescente dell’avorio, misteri di raffinata bellezza incarnate nelle figure del San Giorgio e della sua principessa. Tutti gli oggetti erano raccolti alle pareti, al centro si trovavano le teche con i manoscritti e l’impressione era quella d’un susseguirsi omogeneo e un po’ affastellato di opere, secondo del resto lo spirito d’un museo nato nel 1929 e fortemente voluto dal bibliotecario della Comunale biblioteca Ariostea Giuseppe Agnelli.
Oggi invece il percorso si articola nel convento e nella chiesa di San Romano, complesso risalente al X secolo, rifatto più volte nel corso dei secoli. I materiali della cattedrale sono distribuiti seguendo un moderno criterio di pertinenza artistica e tematica. Nel convento, al primo piano, si trova una sala con i marmi antichi, dove si nota l’ambone da cui predicavano i vescovi di Voghenza di Maestranza ravennate (secolo VIII?), mentre alle pareti vi sono le formelle dell’antico pulpito della cattedrale che divideva la zona presbiteriale dalla navata della metà del XIII secolo di maestranze campionesi, mentre al centro sono aperti i sontuosi codici, miniati per lo più nel XV secolo. Tra i miniatori dei Corali (in tutto sono 24) spiccano i nomi di Guglielmo Giraldi e dell’Argenta, seguaci entrambi dei modi contorti del Tura, con un’attenzione maggiore però nell’Argenta alle incipienti dolcezze del Cossa. Attraversato il delizioso chiostrino si entra nella saletta che custodisce gli arredi della cattedrale: gli argenti sbalzati e cesellati dei reliquari di San Giorgio e San Maurelio, santi patroni della città estense oppure il cappuccio –unico pezzo rimasto del piviale donato dalla regina Margherita d’Austria al Capitolo
Carmen Lorenzetti
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Faccio appello agli attenti lettori di Exibart. Qualcuno di voi sa darmi qualche parere circostanziato sullo stato di conservazione delle ante d'organo di Cosmé Tura? Questo è considerato fra i capolavori del grande artista e tuttavia mi pare, e parlo senza cognizione di causa, che le condizioni di conservazione non siano proprio eccellenti (per usare un eufemismo). Credo che di recente sia stata pubblicata una importante monografia su Tura. Se qualcuno la possedesse mi piacerebbe sapere qualcosa di più sugli interventi di restauro che ha subito l'opera ma anche un bel parere di qualche tecnico del restauro sarebbe gradito, come pure dei commenti generici al mio generico intervento.