| Descrizione |
Ho una macchina fotografica (in realtà diverse macchine), la uso per comunicare qualcosa, per fermare l’attimo, estrapolare dall’ambiente reale una frazione di tempo, una frazione di spazio, così da rendere la visione della circostanza un oggetto bidimensionale con una durata costante nel tempo.
Qualcosa che è successo, ma che non smette di esistere, che non passa.
Per me la fotografia è sempre stata uno strumento per arrivare a dare immagine ad un pensiero.
Il mio approccio è stato analogico, ed ho avuto il piacere di stare molte ore chiuso in camera oscura, là dove la foto da concetto, prende sostanza e forma.
Poi con l’avvento del digitale e le necessità lavorative, mi sono addentrato sempre di più in una fotografia usa e getta.
Ogni scatto era finalizzato alla realizzazione di qualche progetto grafico, era una parte integrante dell’insieme.
Questo è andato avanti per diversi anni, ma col tempo mi sono reso conto che nei miei lavori c’era sempre meno grafica e sempre più spazio all’immagine.
Fino a quando, stufo di accontentare le richieste narcisistiche dei vari clienti, ho lasciato che la fotografia prendesse una vita tutta sua, e mi sono lasciato trasportare fuori dalla mia figura di grafico.
Non sono diventato un fotografo, non ancora, forse più avanti.
Per adesso continuo ad usare la fotografia come uno strumento.
Uno strumento quotidiano, come una forchetta, lo spazzolino da denti.
La uso per mostrare quello che vedo con i miei occhi, quello che elaboro con la mia testa, perchè ognuno può avere una visione diversa dello stesso oggetto, della stessa scena, situazione.
Io vi mostro la mia visione.
Non è detto che sia più interessante di altre, ma sono una persona curiosa.
E come io trovo interessante confrontarmi con quello che è diverso dal mio abitudinario, spero che, chi guarda le mie foto, abbia voglia di spaziare un momento in un ambiente tanto simile ma comunque diverso da quello che lo circonda.
Nella mia prima personale ho voluto centrare il “dicorso” sulle live(life) performance.
Passando dall’esibizione studiata e programmata sul palco di un teatro, per arrivare alla spontaneo esibizionismo di due ragazzi che ballano, cuffie negli orecchi, sulle scale di S.Croce a Firenze.
Anche un ape morta, attirando su di se gli sguardi delle persone, inconsapevolmente si rende autrice di una live performance.
Perchè è lì? come è successo? non ci sono risposte, ma nascono dalla sua immobilità delle domande.
Un cartello stradale, che unico segnale su una strada anonima attira gli sguardi di ogni automobilista che passa li davanti, come un segno riconoscibile e rassicurante di una civiltà che ci aspetta con il suo “calore domestico” alla fine del tragitto monotono.
Dei pompieri che in un coreografico balletto di fiamme e fumo eseguono il loro lavoro come da manuale, sotto gli occhi dei curiosi.
Tutto questo è performance.
Ma è solo l’inizio di un percorso.
Percorso che si racchiude ed esprime bene in un concetto scritto da un Hermann Hesse in splendida forma:
“Tuttavia continuerò ad ascoltare l’oscuro ordine che mi viene da dentro, continuerò a tentare e ritentare.
Questa è la molla che fa funzionare il mio piccolo orologio”.
H.Hesse, La Cura.
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