| Descrizione |
Accidenti ai quattrini,
accidenti alla cartaccia moneta, questa orrenda matrigna dell’arte,
di tutte le arti.
Mestiere infame questo dell’artista, da sempre nell’eterno quotidiano della vita invivibile, indissolubilmente coniugato alla piccolo borghese fatalità del miserabile; coniugato a tal punto che quest’ultimo poveraccio spregevole termine potrebbe benissimo sostituire l’altro, cioè quello dell’artista, in un più intransigente, rigoroso, dizionario.
A un individuo abbiente e rispettabile, non verrebbe mai in testa di vivacchiare con ciò che è detto ARTE.
ARTE, il più astruso e stupido tra gli espedienti.
Non venitemi per carità a dire che si frequenti un’arte proprio, perché stregati dalla implicita stupidità …, no non è così.
Chiunque è in grado di essere un idiota, restandosene quieto e scioperato;
che mai patologia perversa costringe il miserabile a consegnarsi ai voti claustrali delle muse a chiodarsi all’infamia della crocetta estetica, son tante troppe le motivazioni e tutte mica tanto decorose, a cominciare dalla vanità esecrabile dello stimolo creativo, maternale insensato, disumano, al famigerato ruotare attorno al solito perno dell’esser padre delle proprie opere, farina del suo sacco, parto di sua esclusiva fantasia, intellettiva maternità virile, ecc., ecc., ecc.;
Come fosse possibile e scontato l’essere autori d’un qualche cosa.
L’autorialità è un doppio falso: nell’idea che la origina, nell’artificio che quella idea stravolge realizzandola.
Un altro impulso alla minacciosa professione estetica è senza dubbio costituito dall’ansia individuale d’ esprimersi, cioè il manifestarsi attraverso la produzione di materiali eterogenei infiocchettati quanto si crede basti a suscitare l’emozione spettatoriale, simultanea al configurarsi dell’oggetto bello e all’attenzione della stima critica; ma se codesto chiamiamolo: risultato artistico e così vilmente subordinato al successo decretato dalla visione altrui, è all’apprezzamento critico, la fantomatica aristocrazia del simbolico lavoro è degradata a vilissimo posto di lavoro, se non addirittura, svergognata a dopo lauristico galeotto sollazzo.
Senza per giunta trascurare il fatto che sulla scorta insana di eccezionali precedenti illustri la massa degli addetti all’artificio, è spesso incauta vittima di un interazione psichica, stordimento alcolico, narcotico, fino alla più gratuita autodistruzione.
Quando a una dissennata volontà di esprimersi si coniuga il tarlo ambizioso della comunicazione, ecco instaurato il circolo vizioso dell’estetica contemporanea;
estenuante ricerca di un uditorio convocato a subire tanto insistente esibizionismo.
La storia dell’arte salvo rarissime eccezioni che la eccedono, appunto, è una routine consolatoria e decorativa e qui nessuno ha voglia d’essere consolato, anzi,
intende restare inconsolabile;
decoro e non decor, non è qui il caso di commiserare ancora la malafede dell’usurata vocazione al bello o al bello o brutto che sia, perché qualsiasi scappatella estetica, qualunque impresa artistoide è già ideologicamente condizionata dal preconcetto del bello in se; altro che scelta e libertà espressiva, l’intento è già esitato.
L’arte come servizio sociale?
Ma è un servirsi degli altri al solo scopo, d’uno sfontato personalissimo tornaconto nel riconoscimento pubblico…, già, il riconoscimento pubblico.
ARTISTI miserabili,
e relativi miserabili, fruitori
lo schizzinoso platonico distinguo, tra originali simulacri e copie;
riflesso in numeri di replicanti genia clonata.
Eh… l’arte,
rompicapo demenziale nel de-cretino favoreggiamento d’ogni ministero dei beni culturali, istituito a vezzeggiare
le morte croste d’autore, al solo scopo di scongiurare la vertigine del presente impensato della vita, ad arrangiare lager museali per turisti che abusano del proprio tempo incomprensibilmente libero.
Vediamo d’uscirne, evitando inutili gineprai.
Tutto il falso problema della produzione artistica, è sempre questo pervenire a questa o a quella forma,
e comunque solamente a una forma identificata al suo contenuto
ma questa forma è nient’altro che una traccia residuale di un chissà che altrove tuttavia inespresso e puntualmente tollerato e spacciato dall’artista.
Che fare… è chiaro quantomeno nell’intento e nel metodo,
bisogna eccedere le forme
una sottrazione questa, che si può ottenere anche tramite un sistema additivo evitando insulsaggini come:
un quadro bianco,
il teatro nel teatro,
la musica fortuita , ecc., ecc., ecc.
Una sensazione, non è forse questo l’unico auspicabile riconoscimento d’ogni prodotto estetico
una sensazione incorpora tutti i nostri sensi e ciò mi suggerisce la figura di un artefice, che attendendo a un’opera vi proceda con il concorso d’ogni artificio disciplinare,
rifiutando qualsivoglia specifico d’arte, così operando nel senso appunto chirurgico d’un coroner evita di scempiare il suo oggetto cadavere amputandolo di questo o di quell’organo e proprio in questa apprensione quasi tensione interdisciplinare merita a questo artefice la sacrosanta indisciplina.
Rigorosissima indisciplina, la grazia insomma che sola ultracosciente necessità lo affranca dalla penosa individualità che contrassegna il genere specifico dell’artista.
Quando ci si dice,
Io non sono pittore, è allora che bisogna dipingere, Van Gogh
Né pittore, né musico, né letterato, attore, ecc.,
è questa estrema totalizzante globalità d’artefice a spacciare qualunque relatività d’artista decretando anche il tramonto definitivo della critica settoriale.
Ecceduta l’arte,
della storia dell’arte, è finalmente vanificato ogni imbellettamento critico dell’esistenza.
Se, come ho detto altrove a proposito della voce fonèsis scritta e orale,
della voce variopinta nei pittogrammi della scrittura
è visibile anche tanta musica eccettuata la Schopenhaueriana volontà ceca
mi infastidia soprattutto nello specifico arti visive questa volgarità dell’immagine
come mediazione,
come tara ereditaria delle categorie ontologico-linguistiche del pensiero,
la mia frequentazione cinematografica,
è ossessionata dalla necessità continua di frantumare,
maltrattare il visivo fino a tal volta bruciare e calpestare la pellicola.
Mi è riuscito filmare una musicalità delle immagini che non si vedono,
per di più seviziate da un montaggio frenetico,
questa mia fobia dell’immagine non è iconoclastia fine a se stessa, è dimostrato in scena eccedendo il teatrino del testo fino a separare il teatro dallo spettacolo,
così come nella teoria della crudeltà di Antonin Artaud.
Quel che conta nell’arte non è il prodotto artistico, ma il prodursi dell’artefice in rapporto al quale, qui Jacques Derrida è impeccabile,
l’opera non è che una ricaduta residuale, un escremento, nell’etimo
ciò che si separa e cade dall’organismo vivente della vita.
L’arte è la vita come irripetibilità dell’evento, vivente una volta sola.
È perciò l’opera il materiale morto, è il cadavere, evaquato dall’evento, il destino d’ogni opera d’arte non è nell’opera, è arte all’opera,
è il prodursi dell’artista che trascende l’opera, è la sensazione che ci investe davanti alle tele di Francis Bacon.
Un genio è soprattutto colui che eccede le sue opere,
l’atto dell’esecuzione artistica è più determinante dell’opera esitata,
e qui cito ancora Derrida alla lettera “il genio lascia delle tracce, delle opere, dei residui, ma quanto è veramente geniale e artistico si trova nel ductus, nel gesto della firma, più in ciò che resta della firma” da qui ogni arte sarebbe senza opera e forse senza artisti, ormai ridotta a una sorta di collage di massa.
Qualunque impresa artistica ha la sorte che merita,
dall’evasione dalla vita alla labirintite intellettuale, dalla reiterazione del teatro totale wagneriano alle traveggole del multimediale, dalla volubile gratificazione del mercato alla burocrazia della committenza democratica.
L’artefice non è mai autore di una propria opera è di per se, semmai un capolavoro vivente.
QUATTRO MOMENTI SU TUTTO IL NULLA (4 ARTE)
Carmelo Bene
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