sempre

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Persona

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sempre

Cognome

sul crinale

Indirizzo

fantasia

Città

lentezza

Nazione

creato

CAP

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Sesso

Maschio

Occupazione

0

Titolo di studio

Altro

Descrizione

Alle soglie della contemplazione

Dimensione “sensuale” della contemplazione

Alpi Occidentali, 3.000 mt. slm., primavera inoltrata: Saliamo affaticati lungo un sentiero roccioso, improvviso si rivela al nostro sguardo un laghetto. Uno di quei piccoli bacini d’acqua che costellano, come minuscole perle, le nostre Alpi. Poche decine, forse un centinaio di m3 d’acqua blu, quasi nera, forse azzurra e anche un po’ verde. Uno specchio naturale dove, a bocca aperta come i bambini, ci lasciamo catturare dall’immensità che in esso si riflette.
Il contemplante è un essere umano che vive quotidianamente quest’esperienza d’alta quota, scruta lo specchio che il Creatore gli mette dinanzi, cogliendovi profondità e bellezze inattese.
I monasteri hanno uno spazio dove un’esperienza simile viene offerta a chi lo frequenta: il chiostro.
Posto al centro degli ambienti in cui scorre la vita comunitaria, il chiostro è il luogo più esteso di tutto il monastero, un ambiente “sprecato”, esposto al nostro silenzio e alle sinfonie del creato, proprio come quegli specchi alpini.

* Il silenzio è componente essenziale della vita di colui che frequenta i chiostri, predispone all’ascolto, aumenta la capacità di cogliere bellezza espandendo la potenzialità di tutti i nostri sensi.

* “Dare tempo alle cose che ti fanno perdere tempo” è un’altra caratteristica del contemplante.

Il chiostro non è immediato, non si svela subito nelle sue molteplici e sorprendenti potenzialità, desidera anche lui sprecare tempo con noi. Se vinciamo le durezze iniziali ecco che le nostre orecchie cominciano a cogliere suoni, rumori, melodie inedite: il suono del ruscello o la musica del traffico, la sinfonia della foresta o i cori degli animali. E se insistiamo ancora in questa apparente passività ecco che cominciamo a conoscere, forse per prima volta, i suoni vitali del nostro cuore, del nostro respiro, del nostro passo. Suoni, rumori, che fino ad ora avevamo eluso, ignorato… sprecato.
Anche i nostri occhi subiscono la stessa sorte “espansiva” e ci ritroviamo ad ammirare, stupiti, le infinite varietà di verde che abitano il nostro giardino o le tante forme arcaiche che abitano le centinaia di sassolini del nostro vialetto.
E così il naso, attraverso la sua sensibilità acuta ed antica, scopre l’esistenza delle infinite fragranze nascoste in un luogo fino ad allora così… scontato.
Infine, l’aria del chiostro, sembra avere anche un particolare gusto, rivelando al nostro palato raffinate qualità organolettiche.
Il contemplante, il frequentatore di chiostri o di laghetti alpini, si scopre come un essere sensibile, capace cioè di cogliere quantità di bellezza inimmaginibilli e allo stesso tempo di intercettare dosi di sofferenza inattese.
La contemplazione, potremmo dire, è una questione di sensibilità, potremmo dire di “sensualità”, cioè di un recupero pieno delle potenzialità dei nostri sensi.
Educare alla contemplazione penso debba partire proprio da qui.

Dimensione “orante” della contemplazione

Il chiostro del mio monastero è posto proprio di fianco alla chiesa e questa contiguità suggerisce un ulteriore passo nel nostro percorso di iniziazione.
L’uomo contemplante, colui che è capace di stare aperto e stupito davanti alla bellezza più inaudita e alla sofferenza più assurda, sente nascere in se il desiderio di rivolgere lo sguardo, di innalzare con tutto il suo corpo la lode o l’imprecazione a colui che ritiene l’unico possibile responsabile di tale bellezza mozzafiato, e anche l’unico capace di accogliere la disperazione di quelle ferite… rigenerandole.
Lo stupore fa nascere il desiderio che si trasforma in preghiera.
Stupore-desiderio-preghiera, il contemplante non può saltare nessuno di questi livelli di consapevolezza orante.
Quello descritto potrebbe sembrare un cammino ardito, fuori dalla nostra portata, questo perché il nostro pensiero non viene minimamente sfiorato dall’idea che ogni uomo è come strutturalmente contemplante..
I bambini e i semplici ne sono la prova: Quando si trovano di fronte a qualcosa “troppo grande” per loro restano stupiti: occhi sgranati, mani e braccia aperte, bocca spalancata, orecchie tese, totalmente esposti a quella straordinaria novità.
Ebbene, quello è l’atteggiamento del contemplante di fronte alla propria vita, al proprio lavoro, alla sofferenza, alla bellezza. Quell’apertura, coraggiosa e disarmata, lo accompagna anche nel suo porsi di fronte alla Scrittura, nel suo partecipare ad una liturgia, nel suo immergersi nella preghiera personale.

“Se non ritornerete come bambini…” cioè capaci di stupirvi, di gustare il tempo, di ascoltare il silenzio, di farvi spugna della vita in cui siete immersi… non entrerete mai.
Gesù, il contemplante, ci ha insegnato nella sua quotidianità l’arte della contemplazione.
Di fronte alla peccatrice come di fronte a Gerusalemme, nelle danze e nei pasti consumati, nel dolore e nella sofferenza lui è stato l’uomo totalmente aperto, esposto agli eventi della vita, capace di danzare la bellezza ma anche di urlare la rabbia e l’ingiustizia:
Il contemplante non vive tra le nuvole, non è sradicato dal mondo ma vi è inserito pienamente. In caso contrario gli rimarrebbe impossibile rivolgere l’intera sua vita a colui che quel mondo gli ha portato in dono.
La vita contemplativa non è prerogativa dei monaci è lo stile di ogni cristiano.

Percorso di iniziazione alla contemplazione

– Espandere i sensi
– Ascolto di paesaggi sonori: casalinghi, scolastici, montani, collinari, cittadini…
Trascorrere qualche ora, da soli o in compagnia di amici, ascoltando il silenzio abitato dei nostri ambienti vitali, memorizzandone le sfumature, puntualizzandone le armonie, comunicando poi agli altri le scoperte di quel percorso;
– Degustazione di cibi e bevande: senza fretta, assaporando i gusti che emergono al nostro palato, residuo palpabile di tutto il lavoro e l’amore che li hanno prodotti;
– Cogliere le sfumature di colore di un ambiente abituale, scontato: un pavimento, un prato, un pezzo di asfalto…;
– Annusare la fragranza dei profumi: ogni stanza, ogni cibo, ogni persona ha un proprio “odore”, riconoscerlo espande la nostra capacità di fare memoria.

– Esporsi al linguaggio poetico
– Frequentare una mostra d’arte… produrre arte (pittura, scultura, istallazioni, performance…),
– Leggere poesie o romanzi… scrivere poesie o romanzi;
– Ascoltare musica… eseguire e comporre musica;
– Fare passeggiate in mezzo ai boschi, nei campi, in montagna, in città…

– Stupirsi della diversità
– Ascoltare o leggere racconti di altre culture;
– Gustare il suono di altre lingue;
– Cogliere sguardi sul mondo diversi dal mio;
– Dare tempo al volto dell’altro.

Il contemplante, il frequentatore di chiostri o di laghetti di montagna, è un uomo che impara ogni giorno ad espandere i propri sensi, a sperimentarsi nel linguaggio poetico, a stupirsi della variegata diversità che lo circonda. Proprio per queste sue caratteristiche egli può diventare un uomo o una donna “di Dio”, capace cioè di cogliere quel soffio leggero di silenzio in cui si nasconde, e si rivela, la vita.

Si è spento a 93 anni l’inventore della speciale creta
Utopista e pacifista, vendette il brevetto per pochi soldi
Addio a Dario Sala, tutti i bimbi
hanno giocato con il suo Das

COMO – Milioni di bambini hanno giocato e imparato a manipolare la materia grazie alla sua invenzione e anche affermati artisti l’hanno usata per le loro creazioni. Ma Dario Sala, 93 anni, geniale inventore del Das, è morto ieri nella sua modesta casa di Trecallo, una frazione di Como, senza aver accumulato grandi ricchezze. Nel 1962 decise infatti di vendere per pochi soldi il brevetto della speciale creta da modellare che non ha bisogno del forno per seccare. “Chi ha poesia nel cuore, ha il cielo nell’anima ed è l’uomo più ricco del mondo”, si era schermito recentemente.

Anche se economicamente a Sala non è stato riconosciuto il dovuto, la speciale sostanza, ancora in uso in tutte le scuole, per quanto insidiata dai nuovo ritrovati come il “Didò”, continua però a portare il suo nome: Das nacque infatti come abbreviazione del suo nome. Ma la scelta di cedere il brevetto senza fare troppi conti economici era assolutamente in linea con questo personaggio particolare.

Nato l’8 aprile del 1912, Sala nella sua vita è stato antiquario e poeta, chansonnier e scrittore, reduce e pacifista. Combattè durante la seconda guerra mondiale prima in Albania, poi nel sud della Francia e in Italia. Durante il conflitto scrisse un inno all’Europa unita che gli costò diverse grane con le autorità militari.

Utopista del resto Sala lo è rimasto sino all’ultimo dei suoi giorni. Nella casa di Trecallo passava le giornate scrivendo, riordinando le sue carte e sognando un mondo senza divisioni né guerre. “Tiro avanti – spiegava qualche anno fa – perché ho una mia filosofia. Il nulla è impossibile che ci sia. Qualcuno di più grande deve esistere. Nei prati, quei fiorellini piccoli e ben disegnati da chi sono andati a scuola?”.

(31 gennaio 2005)