Una mensola a forma di croce, un
tavolo con lâimmagine a grandezza reale di un non-modello nudo, una macchina
segnatempo che sembra intrappolarlo, una lampada volante, una donna che spunta
da una cassettiera, una libreria invasa da un blob di poliuretano, una
lampada-slip che lascia uscire la luce da sotto la gonna di una ragazza. Sono
solo alcuni dei 30 prototipi presentati il 5 maggio dagli studenti dellâIsia di
Faenza che, con lâevento-mostra Sintesi malvagia, proseguono le esperienze di
âsemiotica sperimentaleâ che da tre anni si propongono come nuovo modello di
âcorso fondamentaleâ per le scuole di design, al posto dello storico corso
introdotto a suo tempo dalla Scuola di Ulm.La creatività , infatti, è cattiva,
e spietata. PiĂš che un âcostruireâ è unâandare frenetico senza seguito, che non
aspetta niente e non perdona nessuno, riottoso a qualsiasi forma di
contenimento. Del tutto al di lĂ del bene e del male, e del bello del brutto,
lâagire creativo dellâinizio del XXI secolo rivolta ogni seÂgno fomentandone il
senso e il suo contrario, non alla ricerca della âbuona formaâ o
della âbuoÂna funzioneâ ma dellâaltra forma, dellâaltra funzione, dellâaltra possibilitĂ . Della fioritura
delle diversitĂ che impedisce alle cose di essere solo se stesse.Contro questa progettazione fuori
controllo Enzo Mari, la voce morale del design italiano, da anni tenta di riportare la
questione del progetto alla sua âessenzaâ, facendo notare come non ci sia piĂš
bisogno di progettare altri tavoli, sedie e lampade, che ci sono giĂ e ce ne
sono persino troppi. Mari ha ragione: i tavoli, le sedie e le lampade non hanno
piĂš alcun bisogno di essere progettati, siamo noi che abbiamo bisogno di progettare
altri tavoli, altre sedie, altre lampaÂde.A differenza degli animali, lâuomo
è infatti privo di istinti specifici che gli lascino percepire solo gli stimoli
utili alla sua sopravvivenza, ed è ugualmente privo di schemi motori innati che
gli consentano di compiere solo certi gesti specifici. Plastico e
indeterminato, lâuomo può vedere tutto, sentire tutto, e per questo è la sola specie
il cui apparato cognitivo risulta esposto alla dimensione
estetico-significativa delle cose (gli animali non vedono la âbellezzaâ), e può
impaÂrare a fare qualsiasi cosa, a parlare, a correre, a camminare su un filo.Il 7 agosto 1974 lâartista e
funambolo autodidatta Philippe Petit ha camminato su un filo sospeÂso fra le torri gemelle del
World Trade Center. Sulla vetta della massima tecnologia architettoÂnica del
tempo, lâazione assurda, inutile, âsenza sensoâ di un uomo che ha
passeggiato a 415 metri dâaltezza ha liberato quei due grattacieli dal destino
unico della funzione perfetta a cui erano votati, aprendoli allâulterioritĂ dellâalternativa non prevista.Questa mostra imprecisa,
irriguardosa, âmalvagiaâ, non punta a seguire i sentieri prescritti dalla
grammatica del progetto (la âmetodologiaâ), ma a liberare lâaltra
faccia delle cose, che di altre facce ne hanno tante quante sono le possibilitĂ
che può trovare la forma di disubbidire alla funzione. Non si tratta di
âprogettareâ oggetti, ma (con le parole di Neruda) di fare con gli oggetti
âciò che la primavera fa con i ciliegiâ. stefano caggiano
la rubrica design è diretta da valia bariello
[exibart]