Categorie: Design

design_mostre | Sintesi malvagia

di - 17 Giugno 2010
Una mensola a forma di croce, un
tavolo con l’immagine a grandezza reale di un non-modello nudo, una macchina
segnatempo che sembra intrappolarlo, una lampada volante, una donna che spunta
da una cassettiera, una libreria invasa da un blob di poliuretano, una
lampada-slip che lascia uscire la luce da sotto la gonna di una ragazza. Sono
solo alcuni dei 30 prototipi presentati il 5 maggio dagli studenti dell’Isia di
Faenza che, con l’evento-mostra Sintesi malvagia
, proseguono le esperienze di
“semiotica sperimentale” che da tre anni si propongono come nuovo modello di
“corso fondamentale” per le scuole di design, al posto dello storico corso
introdotto a suo tempo dalla Scuola di Ulm.

La creatività, infatti, è cattiva,
e spietata. Più che un “costruire” è un’andare frenetico senza seguito, che non
aspetta niente e non perdona nessuno, riottoso a qualsiasi forma di
contenimento. Del tutto al di là del bene e del male, e del bello del brutto,
l’agire creativo dell’inizio del XXI secolo rivolta ogni se­gno fomentandone il
senso e il suo contrario, non alla ricerca della “buona forma” o
della “buo­na funzione” ma dell’altra
forma, dell’altra funzione, dell’altra possibilità. Della fioritura
delle diversità che impedisce alle cose di essere solo
se stesse.
Contro questa progettazione fuori
controllo Enzo Mari
, la voce morale del design italiano, da anni tenta di riportare la
questione del progetto alla sua “essenza”, facendo notare come non ci sia più
bisogno di progettare altri tavoli, sedie e lampade, che ci sono già e ce ne
sono persino troppi. Mari ha ragione: i tavoli, le sedie e le lampade non hanno
più alcun bisogno di essere progettati, siamo noi
che abbiamo bisogno di progettare
altri
tavoli, altre sedie, altre lampa­de.
A differenza degli animali, l’uomo
è infatti privo di istinti specifici che gli lascino percepire solo gli stimoli
utili alla sua sopravvivenza, ed è ugualmente privo di schemi motori innati che
gli consentano di compiere solo certi gesti specifici. Plastico e
indeterminato, l’uomo può
vedere tutto, sentire tutto, e per questo è la sola specie
il cui apparato cognitivo risulta esposto alla dimensione
estetico-significativa delle cose (gli animali non vedono la “bellezza”), e può
impa­rare a fare qualsiasi cosa, a parlare, a correre, a camminare su un filo.

Il 7 agosto 1974 l’artista e
funambolo autodidatta Philippe Petit
ha camminato su un filo sospe­so fra le torri gemelle del
World Trade Center. Sulla vetta della massima tecnologia architetto­nica del
tempo, l’azione assurda, inutile, “senza senso” di un uomo che ha
passeggiato a 415 metri d’altezza ha liberato
quei due grattacieli dal destino
unico della funzione perfetta a cui erano votati, aprendoli all’ulteriorità
dell’alternativa non prevista.
Questa mostra imprecisa,
irriguardosa, “malvagia”, non punta a seguire i sentieri prescritti dalla
grammatica del progetto (la “metodologia”), ma a liberare l’altra
faccia delle cose, che di altre facce ne hanno tante quante sono le possibilità
che può trovare la forma di disubbidire alla funzione. Non si tratta di
“progettare” oggetti, ma (con le parole di Neruda) di fare con gli oggetti
ciò che la primavera fa con i ciliegi
“.

stefano caggiano

la rubrica design è diretta da valia bariello

[exibart]

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