Categorie: Design

design_resoconti | Provocare il cambiamento

di - 11 Dicembre 2008
Il motivo per cui sarà fondamentale coinvolgere la popolazione africana nel passaggio globale alla sostenibilità culturale e ambientale è molto semplice: in Africa la maggior parte della persone sono giovani. Durante la tre giorni di Torino, organizzata da Ezio Manzini, Mugendi M’Rithaa della Cape Peninsula University of Technology di Cape Town ha sottolineato come proprio i giovani africani stiano ridefinendo il loro destino in termini affini alle loro aspirazioni, contribuendo così a un vero e proprio rinascimento africano.
Al fine di rendere effettiva questa rinascita, in Kenya è nata un’associazione di artigianato chiamata Kamukunij Jua Kali (jua kali significa “sole caldo”) che ha ricevuto speciali riconoscimenti dal governo per il suo contributo alla crescita e allo sviluppo dell’economia nazionale. All’inizio il network Jua Kali era ristretto ad artigiani che convertivano rottami di metallo in materiali utilizzabili. Oggi quasi ogni keniota è legato al circuito Jua Kali, per necessità ma anche per design, come nel caso della fashion designer Marie-Sar, il cui lavoro artigianale ed ecosostenibile ben rappresenta la visione di Jua Kali.
Anche in Sud Africa questa pratica è molto diffusa, tanto da essere considerata la seconda economia nazionale. Seguendo il detto africano secondo cui “da soli si corre più veloci ma insieme si corre più lontano” si sono moltiplicati i network sorti intorno al design. Il Network of Africa Designers (NAD), per esempio, creato da Adrienne Viljoen, manager del SABS Design Institute di Pretoria, è stato inaugurato nel 1999 per incoraggiare i designer di tutto il continente a scambiare esperienze e informazioni, mentre l’annuale Africa Design Day fornisce una piattaforma ideale per un dialogo sul design. Il networking è diventata rapidamente una componente fondamentale della cultura africana anche perché le società tradizionali sono sempre state collegate da un sistema di mutua assistenza, conosciuta in Tanzania con il nome di Ujamaa. Così, nonostante il grande movimento di persone, in tutto il continente questi valori di relazione tra gli individui e le loro comunità si sono mantenuti forti ed energetici.
Un esempio a livello internazionale è costituito dal Fablab-Fabrication Laboratory di Neil Gershenfeld, nato dall’entusiasmo dei suoi studenti al Mit di Boston per un corso che indagava How to Make Amost Anything seguendo alcuni assunti come: “mai sottostimare il potere dell’immaginazione”, “il cambiamento è inevitabile”, “le persone sono le effettive responsabili del cambiamento.” Su questa linea la visione di Fablab sul design e l’innovazione promuove interventi propositivi che rispondano alle aspirazioni delle persone.
Sempre in Sud Africa l’Advanced Manifacturing Technology Strategy fablab è gestito dal Centre for Innovation di Cape Town, che ha come peculiarità rispetto agli altri fablab mondiali il focus specifico sull’artigianato. Si tratta ancora una volta di un importante strumento per condividere conoscenze e idee coinvolgendo le comunità locali, tanto che Ezio Manzini lo ritiene il possibile innesco per un localismo cosmopolita.
Oggi ci sono nove fablab in Sud Africa, uno in Ghana e cinquanta in tutto il mondo. Si tratta di una rete che diffonde un design per lo sviluppo basato su una visione allargata della sostenibilità: economica, ambientale, sociale e istituzionale, che si avvale di strategie d′intervento fresche il cui obiettivo è permettere uno sviluppo economico olistico e multidimensionale che creda nel potenziale creativo di tutta la sua gente.

In questa prospettiva, per coinvolgere sempre di più le comunità locali nella produzione creativa, si fa leva su alcuni concetti fondamentali della cultura africana, come quello di Ubuntu, che ha differenti significati legati all′idea di mutuo soccorso e solidarietà, quali “umanità”, “morale”, “cura”, “conoscenza”, “empatia”. Ubuntu può essere visto come l’impeto per creare nuove forme di comunità elettive formate da persone che condividano una visione comune. Per esempio agli artigiani viene data l’opportunità di sperimentare tecniche avanzate e l′open source, ciò che migliora la qualità dei loro prodotti e ne aumenta l’impatto sul mercato.
Anche lo slowdesign potrebbe contribuire a innescare il cambiamento, seguendo il detto popolare “non c’è fretta in Africa”, che ha un significato positivo in un continente alle prese con tanti imperativi di sviluppo. Ci sono in effetti forti evidenze che dimostrano come il più lento, il situato localmente e la strategia basata sulla domanda si traducano in un ambiente più sostenibile. Queste nuove strategie di design dovrebbero essere introdotte in scuole elementari e secondarie invece di limitare la loro diffusione alle università.

Anche perché un aspetto importante di cui una visione sostenibile dovrebbe sempre tener conto è il rapporto tra economie distribuite ed economie segregate, che se ben progettato, concepito cioè come un progetto di design dei sistemi, potrebbe contribuire a ridurre la povertà.

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Ambientamento lento
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www.changingthechange.org
www.designinstitute.org.za
www.cput.ac.za
www.sabs.co.za
www.fab.cba.mit.edu

giorgia losio

la rubrica design è diretta da stefano caggiano


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 53. Te l’eri perso? Abbonati!

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