Categorie: Design

Le nuove frontiere del lighting design, nella percezione dello spazio domestico

di - 23 Maggio 2025

L’impiego dei dispositivi optoelettronici nel lighting design è un fatto oramai totalizzante. Da un lato, se ne valorizzano le versioni più innovative, come ad esempio la conformazione filamentosa, mentre dall’altro persistono i bulbi dalla sagoma tradizionale. Ma quest’ultima soluzione non è di natura solo formale. Anche se la lampadina a LED appare come quella a tungsteno, le sue proprietà sono davvero nuove.

Nella “puntata precedente” abbiamo messo in evidenza solo un vantaggio legato a questa tecnologia, inventata negli anni ’60 ma sviluppata solo negli anni 2000: la dimensione assai ridotta. Tuttavia dobbiamo ricordare che anche l’emissione di calore pressoché nulla, il consumo ridottissimo, la possibilità di diversificare le temperature di colore e la richiesta di un cablaggio esile hanno aperto nuove frontiere in termini tipologici ed espressivi, con esiti un tempo insospettabili o raggiungibili con evidenti problemi tecnici. Chi non ricorda, negli epici anni ’60, i diffusori di plastica fusi da una lampadina bollente e troppo ravvicinata?

Oggi per disegnare e far funzionare un apparecchio luminoso non basta avvitare la lampadina. Anzi, molto spesso questa non è proprio prevista, perché le sorgenti – quasi sempre in stripe – sono già incassate lì, in termini perenni, senza possibilità di sostituzione: la vita della lampada coincide con quella delle sorgenti stesse.

Crystal Pixels, prod. Preciosa

Il mondo del lighting richiede una padronanza, da parte dei progettisti e del mondo produttiva, degli aspetti tecnici e costruttivi. Per questo motivo l’innovazione e la ricerca si limitano all’ambito industriale, dove il mezzo tecnico e la capacità di investimento sono infallibili. Pertanto, mentre il design di nuova generazione esplora, nei diversi territori dell’arredo, nuovi linguaggi e nuove tipologie al di fuori dei canoni e delle convenzioni, in chiave talvolta eretica, i temi del lighting li vede arrancare, legati a soluzioni illuminotecniche artigianali e di vecchia concezione. Insomma, avvitano ancora la lampadina.

Una delle poche eccezioni, nell’ambito dell’autoproduzione, è rappresentata da Phebe, disegnata da Draga & Aurel, un disco massiccio di metacrilato dai colori esplosivi, la cui emissione luminosa genera effetti vagamente psichedelici.

Phebe, design Draga & Aurel

Ma il limite/risorsa che abbiamo messo a fuoco produce un’altra tendenza/controtendenza. Se i designer che operano nel campo dell’autoproduzione trovano ardita l’integrazione tra materiale e micro-sorgente, sono le stesse aziende a intraprendere la via poetica della luce artificiale.

Accanto al lancio di lampade stricto sensu, i brand affrontano un tema del tutto nuovo, quantomeno per la dimensione dell’apparecchio industrializzato. Alcuni nuovi modelli si avvicinano all’idea delle installazioni site specific, assumendo un valore ambientale nell’accezione più ampia. L’aspetto più sbalorditivo di questo nuovo indirizzo sta nel fatto che il termine di riferimento è proprio lo spazio domestico, anche ovviamente si strizza l’occhio a contesti collettivi di altra natura, ad esempio del mondo terziario. Questo tipo di sperimentazione – a dire il vero più culturale e comportamentale che tecnico-funzionale – investe una dimensione fisica e mentale (la casa, appunto) solitamente impermeabile a delle trasformazioni radicali. Al massimo, superficiali aggiornamenti di ordine stilistico…

Possiamo affermare che il lighting design va apportando un contributo realmente nuovo al nostro modo di concepire e di percepire lo spazio più intimo e autoreferenziale, con soluzioni endless e fuori scala.

Maap, design Erwan Bouroullec, prod. Flos

Nel quadro di Euroluce 2025, proposte di installazioni a parete come quella di Barovier&Toso aprono una frontiera emozionale attraverso performance inattese, specie per un’azienda leader (e soprattutto storica) in tema di vetro artistico di Murano. Con il sistema modulare Webb – esagoni in cristallo “a rugiada”, combinati a piacimento mediante leggere strutture metalliche – il marchio veneziano ci dimostra come, anche in nome di una tradizione solida e prestigiosa, è possibile personalizzare un ambiente in termini sbalorditivi e contemporanei.

Solo, design Chia-Ying Lee, prod. Lodes

Non è da meno Flos, che lancia la collezione di pannelli (provocatoriamente stropicciati, con o senza pattern geometrici) Maap, a firma di Erwann Bouroullec; mentre Lodes (veneziana) e Preciosa (ceca) suggeriscono, attraverso lo stand in Fiera, di invadere lo spazio interno con sciami di punti luce rispettivamente sferici e cubici.

Linked, design Michael Anastassiades, prod. Flos

Lo scenario dell’esecuzione iper-industrializzata vede un notevole sviluppo anche dei LED a filamento, le cui peculiarità vengono declinate in modo assai variabile. Ad esempio, una delle proposte più sofisticate è sicuramente Linked, altro prodigio di Flos creato da Michael Anastassiades. Una serie di barre luminose, con estremità a uncino provviste di contatto elettrico, possono essere agganciate l’una all’altra, in verticale, per comporre steli a soffitto, come in una selva surreale.

Su un piano molto più lirico si colloca invece la sospensione Pòta!, di Catellani & Smith, che prosegue e consolida un progetto sofisticato e poetico intrapreso nel 1989. I LED “a trattino” formano una massa sferica leggera e permeabile, simile a uno sciame di lucciole nel soggiorno di casa.

Pota!, prod. Catellani & Smith

Ma il “massimalismo” cui facciamo riferimento nel titolo può scaturire anche da soluzioni “minimaliste” portate all’esasperazione semantica. È il caso di Davide Groppi, che da sempre fa della propria identity un vero e proprio marchio di ricerca: un filo luminoso in tensione asimmetrica, chiamato Utopia, può sconvolgere le coordinate spazio-temporali per chi lo osserva.

Webb, design Barovier&Toso

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