Appropriarsi di un nuovo strumento, dall’osso di 2001 – Odissea nello spazio al più sofisticato palmare, può voler dire molte cose. Possiamo farne un uso proprio o tentare svariati usi impropri; giocarci o obbedire coscienziosamente alle istruzioni; possiamo farci sedurre da quanto ci offre, o metterne in discussione i limiti concettuali e tecnologici. Gli artisti fanno tutte queste cose. E se si tende ad esaltare l’ironia neo-dada della prima videoarte dimenticando il video-synthetizer progettato da Nam June Paik e Shuya Abe nel 1969, è a causa di un difetto di prospettiva, e di un radicato pregiudizio nei confronti dell’alto artigianato tecnologico, per cui con la tecnologia si fa arte solo se la si mette in discussione.
Non c’è dubbio che Ken Perlin sia un abile artigiano dei bit: docente presso il Media Research Lab della New York University, Perlin (che nel 1997 si è guadagnato pure un Oscar per il suo software Noise) ha sviluppato per i suoi corsi una serie di esperimenti, accessibili a tutti dalla sua homepage sul sito dell’università. Ogni progetto, programmato in linguaggio java, è accompagnato da una breve spiegazione che racconta la sfida che sta alla base dell’esperimento. Così Responsive Face, un software che permette all’utente di animare un volto femminile facendolo trascorrere da un’emozione a un’altra, nasce dalla volontà di sondare le potenzialità tridimensionali di Java; e una serie di progetti altamente sofisticati possono nascere da una domanda del tipo: “Come fa Rosie – la mitica cameriera dei Jetsons – a deambulare su quelle tre piccole ruote?” Si tratta di questioni che di artistico hanno ben poco: eppure, se i codici leonardeschi sono alternativamente “scienza” e “arte” a seconda di dove sono esposti, è perfettamente legittimo che i suoi lavori cambino natura nel momento in cui si trasferiscono dalla sua homepage universitaria al sito del Whitney Museum.
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Ken Perlin
domenico quaranta
[exibart]
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