Investec Cape Town Art Fair 2025
Cape Town è la “Mother City” in Sudafrica. Da essa trae origine l’identità stessa del Paese. Adagiata tra la compatta mole della Table Mountain e l’orizzonte ampio dell’Oceano Atlantico, essa ha del tellurico, del primigenio, è generativa e straordinariamente aperta al possibile. L’uomo l’ha costruita e ne ha scritto la storia, dando forma a uno spazio urbano complesso, abitato da persone calorose e vibranti, circondato da paesaggi mozzafiato e segnato da stratificazioni storiche profonde e spesso contraddittorie. Questo tessuto urbano suggestivo e mutevole fa da cornice a Investec Cape Town Art Fair, giunta alla tredicesima edizione: la fiera ha aperto oggi i battenti e accoglierà i visitatori fino a domenica, 22 febbraio 2026, presso il Cape Town International Convention Centre, nel cuore della City Bowl.
Organizzata da Fiera Milano e diretta da Laura Vincenti, la fiera conta numeri significativi: 126 espositori provenienti da 34 città globali, tra cui 42 al loro debutto, 490 artisti rappresentati e una stima di circa 40mila visitatori.
Come la città che le ruota intorno, anche la fiera pone in dialogo l’identità africana con la necessaria propensione internazionale. Si configura così come un luogo simbolico oltre che commerciale, in cui il mercato dell’arte contemporanea si intreccia con processi di ridefinizione identitaria, nei quali le riflessioni su vecchi e nuovi colonialismi si combinano con la ricerca costante di una convivenza pacifica e solidale.
Non è un caso, dunque, che il tema curatoriale dell’edizione 2026 di Investec Art Fair, Listen, introduca la semantica dell’ascolto come atto primo della conoscenza e dell’avvicinamento ma anche dell’allerta, dell’essere vigili, più che mai attenti a quanto avviene al di là di ciò che ci circonda. In questo contesto bene s’inserisce la folta comunità di italiani che ha scelto il Paese africano come prima o seconda casa. Anche a questa come interlocutrice guardano le gallerie italiane convenute. Una presenza non foltissima ma comunque rappresentativa.
Seguendo un percorso esplorativo privo di qualunque gerarchia, partiamo con Dep Art di Milano che, come nella sua tradizione, propone un ricerca che indaga quella linea di continuità tra le sperimentazioni ottico-visuali italiane e le indagini sulla luce e sulla materia sviluppate da artisti attivi oggi nel circuito globale. Le geometrie programmate di Alberto Biasi dialogano con i volumi compatti e i colori squillanti di Wolfram Ullrich, Regine Schumann, Gerold Miller e con le cromie terrose di Jaime Poblete. Opere di piccolo formato di Salvo, Natale Addamiano e Pino Deodato estendono il ragionamento formale al piano metafisico, talvolta dichiaratamente onirico.
Di altra natura, meno nordica e più mediterranea, sono invece i percorsi attivati dalle due gallerie siciliane presenti. Lo Magno Arte Contemporanea, con sedi a Scicli e Modica, tiene fermo il suo impegno di promozione di artisti contemporanei siciliani. A Cape Town presenta il lavoro di tre pittori mid carreer, il cui lavoro appare fortemente radicato nella storia e nella natura siciliana.
Ignazio Cusimano Schifano e Giovanni Viola dipingono su supporti recuperati dando forma ad un paesaggio siciliano differente ma complementare, energico e ctonio per il primo, reso da una materia densa e pennellate vibranti, di matrice quasi gestuale. Pacifico e contemplativo per il secondo, con distese marine eseguite in punta di pennello, eredi di quel raffinato filone della pittura isolana che da Lojacono giunge a Guccione. Emanuele Giuffrida, infine, propone una pittura in presa fotografica, fedele nel mezzo e densa nel contenuto, riattivando nella memoria gli attentati di mafia, di cui lui stesso conserva il ricordo.
Ancor più nutrita in termini numerici è la proposta di Francesco Pantaleone di Palermo, che dona un racconto dell’identità siciliana connotato da un forte impegno civile. Alcuni celebri scatti di Letizia Battaglia, i tappeti della serie “Carpets” di Loredana Longo, su cui l’artista ritaglia slogan facendo di un elemento legato all’accoglienza e all’ospitalità un campo di battaglia comune, le sculture di Claire Fontaine, che opera un détournement di alcuni elementi della cultura visiva con il duplice fine di decostruire l’autorialità e politicizzare il linguaggio visivo, il ciclo pittorico dedicato all’isola delle femmine di Stefania Galegati e le composizioni di Maïa Régis fatte di immagini apparentemente incongrue, delinenano nello stand della galleria palermitana un percorso assai articolato, in cui le opere rivelano la loro natura di attivatori memoriali e sociali.
Cellar Contemporary di Trento si cala nel contesto di Investec Art Fair 2026, presentando un preciso racconto dell’identità africana, vista dall’interno e dall’esterno. Visione interna è quella di Zana Masombuka, raffinata artista sudafricana di cultura Ndebele, che opera una sintesi di fotografia, pittura e performance, trasformando alcuni piccoli elementi materiali come perline e monete in potenti simboli identitari.
Visioni esterne sono, invece, quelle di Daniele Tamagni che ha focalizzato il suo obiettivo sui gentlemen congolesi, i cui abiti e modi rivelano ancora forti i segni del passato coloniale, e quella di Simone Tribuiani, celebre autore di ritratti sportivi, che per l’occasione presenta un ciclo di opere di piccolo formato dedicate al divertimento dei giovani sudafricani. Immagini colte con immediatezza, tratte lo scorso anno vivendo la città, durante la partecipazione della galleria alla stessa fiera. Completano lo stand trentino i lavori, anch’essi di piccolo formato, di Filippo Rizzonelli, in cui una natura senza tempo né geografia è costruita con una tecnica evanescente. Un’arcadia minuta in cui si muovono presenze discrete, simili a ninfe.
Chiude la presenza italiana a Cape Town Giovanni Bonelli di Milano. La galleria punta tutto sull’identità italiana e sulla sua propensione al futuro, ospitando, all’interno della sezione Tomorrow Today curata da Mariella Franzoni, il solo show di Chiara Calore. L’artista adotta in pittura un citazionismo colto, in cui forme e iconografie della classicità si trasfigurano o si combinano in soluzioni neosurrealiste parafrasando identità plurime e mutevoli. È questo il suo modo di trarre nuova linfa creativa da un patrimonio figurativo di inesauribile bellezza, nella consapevolezza che esso non vada paludato ma traghettato nel futuro.
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