La ricerca della perfezione nell’infliggere la morte, la coerenza del sistema, l’assoluto della legge, è la logica che guida il 3° Reich nel suo cammino di sterminio. Assurda, ma logica!!
Alex Majoli espone una realtà diversa, alogica, e, non si dimentichi, tristemente simile.
Leros è una piccola isola del Dodecanneso vicino alla costa turca, un lager-manicomio, dove gli infermieri non sono infermieri ma filakès: guardiani. Contadini e pescatori che agiscono guidati dall’unica volontà di spingere altri uomini e donne alla paura totale, al silenzio, secondo la regola del sadismo e dello sfruttamento, della legge del più forte.
Nel 1990 la Comunità Europea finanzia un progetto finalizzato alla radicale trasformazione del manicomio affidando il coordinamento ad una equipe di psichiatri e operatori di Trieste.
Il 6 maggio 94 il padiglione 16, il peggiore, il più sporco, il più nero, il più invaso da urla e incubi, viene chiuso per sempre, e la vita comincia, ricomincia.
Una delle 47 immagini esposte reca una scritta in greco moderno, che dice: “L’abbiamo chiuso e ce ne siamo andati, ore 10.30 del 6.5.94, ciao”.
L’arte di Alex Majoli, le sue foto in bianco e nero, l’effetto stralunante che contagia, la loro intensità espressiva, la loro luce, denunciano la vita nel lager di Leros. Ma l’esposizione non è solo questo; Majoli va oltre, testimoniando, con la storia dei suoi uomini delle sue donne, gli uomini di Leros, la realtà della vita che comincia e ricomincia.
Dunque un passaggio essenziale; l’artista non vede solo sofferenza, privazioni, silenzi di fronte alla violenza subita, follia, non soltanto l’oscurità sconsolante di una marina, non solo morte, ma anche il senso della riconquista, lenta, faticosa, difficile, della dignità dell’uomo-persona. Per questa ragione le sue storie, il racconto degli uomini delle donne di Leros, recano il segno della speranza, del cambiamento. Le foto di Alex Majoli, testimoniano, gridano, la necessità della delicatezza di un gesto; quello di un’operatrice che raccoglie la mano di un paziente mentre prendono il sole sulla spiaggia, dell’operatore che fuma una sigaretta seduto, in relax, insieme a loro, di un momento di festa, della musica, di un regalo, di un uomo che può abbracciare la propria maschera, la sua faccia, di un bar dell’isola dove qualcuno può incontrare un amico che non vedeva da tempo. E’ il caso di una foto, bellissima tra tante, che ci mostra un momento di serenità. Siamo al porto di Lakki, Cristo è l’unico paziente del manicomio che riesce a scappare, nessuno ha mai scoperto come lui facesse ad andare e venire a suo piacimento. Cristo diceva sempre: “Perché hanno ucciso John Lennon?”
Questa è la loro storia, queste le loro immagini, di dolore e di gioia, questa è la vita di Vassilli, tornato al suo appartamento, nella sua casa, come tutti gli altri pazienti dopo la chiusura dei padiglioni.
Tullio Pacifici
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Ogni volta che leggo notizie del genere sono dapprima inorridito... poi rattristato... ma alla fine contento quando si mette fine a tali sofferenze. Parlo soprattutto delle sofferenze inflitte da uomini ad altri uomini, non da un Dio o dalla natura ... quindi tutto sommato a me incomprensibili.