Come nasce l’idea di realizzare una mostra su Camera Work
Nasce dal desiderio di portare in Italia, per la prima volta, le fotografie apparse sulla rivista Camera Work , una rivista fondata da Alfred Stieglitz che è esistita dal 1903 al 1917 in cui sono apparse le foto più rappresentative della storia fotografia degli Stati Uniti, non solo per gli autori coinvolti ma anche per il tipo di soggetti che via via la rivista proponeva ai suoi lettori.
Quanto tempo c’è voluto per realizzarla?
Materialmente un anno e mezzo, ma l’idea è molto più antica, anche se è stata sviluppata e variata nel tempo. Le foto esposte provengono tutte dalla collezione della Royal Photographic Society che, insieme a due collezioni museali statali statunitensi, è quella che possiede, innanzi tutto, la collezione completa della rivista ed un fondo molto ricco di fotografie originali degli autori di Camera Work.
Le foto sono tutte originali, quante sono?
Sono 122 in mostra su circa 560 apparse sulla rivista. Dunque una scelta naturalmente minima che è stata fatta con l’intento di riuscire a portare in evidenza tutte le anime della rivista . Una rivista assolutamente variegata.
Come sono stati divisi i compiti fra il Centro Studi Americani e il Palazzo delle Esposizioni ?
In realtà abbiamo lavorato sempre insieme. Dall’idea, a quando abbiamo effettuato il viaggio a Bath, dove e stata fatta insieme la selezione fino al concetto: e cioè cosa portare in evidenza. Quindi, non solo la scelta delle fotografie ma anche delle pagine della rivista fino all’allestimento vero e proprio . C’è stata da parte di Alessandra. Mauro, che è la responsabile dello spazio fotografico del Palazzo delle Esposizioni, un’assoluta apertura nei confronti del Centro Studi, tanto che abbiamo lavorato continuamente insieme, anche durante l’allestimento. Quest’ultimo la Mauro l’ha supervisionato personalmente, perché è il suo mestiere, ed è bravissima.
Che importanza ha avuto la tecnica nella la rivista di Stieglitz ?
Fondamentale, assolutamente fondamentale. Questi sono fotografi che si autodefinivano pittorialisti; provavano a rendere unico ogni pezzo da loro fotografato o stampato. Per pittorialismo non si intende soltanto o esclusivamente una mera imitazione delle tecniche pittoriche (perché si interviene sul negativo col pennello o con l’incisione) ma sopra tutto il tentativo di dare una dignità pari a quella della pittura anche alla fotografia.
Quale è l’importanza storica che ha avuto camera work?
Enorme, perché attraverso le sue pagine si può seguire il passaggio dalla fotografia pittorialista fino alla “straight photography” (fotografia diretta), cioè al modo di valorizzare e mettere in primo piano il mezzo fotografico come mezzo artistico senza alcuna mediazione di tipo pittorico, emotivo o sentimentale.
Come è strutturata la mostra ?
La mostra segue un criterio cronologico. Vuol provare a mostrare al pubblico lo sviluppo che si può cogliere proprio dal pittorialismo fino alla fotografia diretta. Allo stesso tempo vuole presentare gli autori che erano più importanti per le pagine della rivista, ma sopra tutto la rivista. Abbiamo 8 numeri esposti al pubblico; si possono vedere gli originali che abbiamo esposto nelle bacheche cosi’ come venivano stampati, e abbiamo ingrandito una piccola selezione di alcune pagine molto significative . Significative perché appariva non soltanto la fotografia e il dibattito sulla stessa, ma anche, e sopra tutto, un dibattito di tipo letterario/artistico in senso lato del termine, infatti nel 1907 Stieglitz scrive un articolo in cui dice che il suo scopo non è soltanto di rinnovare la fotografia ma di rinnovare l’arte.
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Maurizio Chelucci
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