exibstoria – la fotografia VII | Alfred Stieglitz | In difesa del potere interpretativo della fotografia

di - 25 Gennaio 2002

“La scena mi affascinava: un cappello di paglia rotondo, il fumaiolo rivolto a sinistra, le scale a destra, la passerella bianca con la ringhiera fatta di catene, le bretelle bianche incrociate sulla schiena di un uomo in basso, un albero che si slanciava nel cielo e completava il triangolo. Ero affascinato. Vedevo dei rapporti di forme e nello stesso tempo un sentimento si impadroniva di me: gente semplice, il sentimento dell’oceano e del cielo, un sentimento profondo di umanità ….”
Queste le parole con cui il grande maestro Alfred Stieglitz racconta le circostanze in cui fu scattata una delle sue immagini più rappresentative: l’Entrepont, pubblicata nel 1907 su Camera Work.
Parole che raccontano, non solo di una visione, ma anche di un duplice sentire: sentimento di umanità, come lui stesso lo definisce, per le persone semplici della seconda classe, ma anche rispetto per la scena vissuta. Stieglitz sembra quasi spiare di nascosto qualcosa che accade indipendentemente da lui, e di cui non può far altro che riconoscere il ritmo interno, fino ad impressionarlo sulla pellicola.
In queste poche parole, quindi, è contenuta la poetica di un ‘artigiano’ dalla tecnica pura, refrattario a qualsiasi tipo di manipolazione ed artificio che possa ledere in qualche modo il valore della realtà.

Ma in che modo nell’Entrepont si realizza tale poetica?
In esso sono pienamente riconoscibili delle marche stilistiche forti che segnano la direzione della sua ricerca estetica: un “pezzo di bravura barocca”, così come lo ha definito lo storico dell’arte Wöllflin.
L’immagine, così come la maggior parte dell’opera di Stieglitz, è costruita interamente sul ribaltamento di ogni principio estetico classico. La composizione si regge, infatti, sulla concatenazione delle masse rappresentate: gli oggetti si intrecciano, si confondono, i contorni perdono la loro funzionalità dando l’impressione di una apparizione in movimento. La composizione sembra libera, irregolare; la stessa rappresentazione dello spazio, abbandonato ogni tipo di frontalità, è riconducibile all’estetica barocca: la diagonale del ponte, infatti, coincide con il percorso in profondità dello sguardo dell’osservatore, tanto da far perdere ai bordi orizzontali e verticali dell’immagine la loro funzione di organizzatori spaziali.
Ora, la presenza di una estetica riconoscibile nelle immagini di un fautore della fotografia diretta dimostra come, pur partendo dalla realtà e rimanendo a questa fedeli, si possa mostrare un punto di vista personale e arrivare ad esiti di innegabile artisticità. Ciò significa anche concepire la fotografia come mezzo espressivo autonomo e riconoscerle quel potere interpretativo che le è stato a lungo negato e per cui i fotografi di Camera Work hanno lottato con la loro attività.


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Elena Petreni

[exibart]

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