Giacomo Bonciolini affronta coraggiosamente un tema visitato da un numero incalcolabile di autori da almeno 30 anni: le geometrie degli edifici moderni, i riflessi sui vetri, le ciminiere industriali. Ci vuole davvero coraggio per sfidare il “già visto” su un terreno su cui sono stati giocati i toni crudi della carta Brovira, la grana della TRI-X, i colori saturi di Jay Maisel, i colori brillanti delle pellicole recenti e quelli più deboli di quelle passate; i contrasti esasperati e la scarsa definizione delle piccole polaroid.
Ma Bonciolini fa parte, forse a sua insaputa, di una generazione di autori che sempre più spesso presenta immagini quiete e affronta i soggetti senza conflittualità . E’ serenità , non è rassegnazione, non è rinuncia. Non manca l’attenzione verso il mondo circostante ma è la percezione di una bellezza sottile, dimessa.
Potrebbe essere un movimento se fosse ancora la stagione dei movimenti, potrebbe essere un’avanguardia se le avanguardie fossero ancora di moda. Invece è solo una sensibilità che si diffonde senza programmi e senza manifesti, alla quale un numero sempre maggiore di autori giunge in modo autonomo, quasi sempre inconsapevoli del lavoro degli altri.
Bonciolini concentra la sua ricerca sui toni pastello, sceglie il plotter alla lambda. Preferisce le giornate invernali, la luce fredda e poco contrastata, la carta opaca, che stempera ancor piĂą i colori.
Bonciolini cattura la tristezza metropolitana, dolcemente…
Ivan Margheri
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