Ramak Fazel, Milan Unit (1994-2009). Allestimento MAXXI. Spazio Ghella ph. Vincenzo Labellarte
Il rapporto tra l’impresa Ghella e la Fondazione MAXXI, già avviato nel 2021 con un importante progetto espositivo ed editoriale, si consolida con l’apertura di una nuova sala dedicata alla fotografia contemporanea. Lo Spazio Ghella apre le porte al pubblico con un’opera-archivio che raccoglie la produzione del fotografo iraniano Ramak Fazel tra il 1994 e il 2009, gli anni in cui approda e costruisce la sua vita a Milano, cuore della scena del design e architettura italiani. La mostra Milan Unit 1994-2009 è un racconto che non intende seguire alcuna linearità narrativa ma che, dispiegandosi lungo un percorso fatto di fotografie analogiche, stampe, appunti, macchine fotografiche, negativi, ci parla del rapporto del fotografo con il contesto milanese.
L’opera-archivio è stata acquistata dal MAXXI nel 2025 ed è il risultato di un percorso di allestimento dal carattere aperto. Durante questi mesi, infatti, il piano terra del museo si è trasformato in uno spazio di lavoro in divenire, accessibile al pubblico, nel quale l’artista è stato coinvolto in un dialogo diretto con i visitatori, liberi di assistere a tutta la fase di gestazione. Per questo motivo la curatrice Simona Antonacci definisce lo Spazio Ghella come un «laboratorio artigianale costruito giorno per giorno» grazie all’apporto dello stesso fotografo che ha plasmato l’articolazione del percorso espositivo sulla sua concezione della propria opera.
Le fotografie sono tutte analogiche e ripartite lungo le pareti della sala secondo tre diversi nuclei tematici. Una sezione della sala approfondisce gli anni di lavoro editoriale, di collaborazione con riviste iconiche quali Domus, Abitare, Casa Brutus, in cui emerge il desiderio di fornire una visione diversa da quella canonica e dominante in quegli anni. Un’altra ospita una selezione di ritratti che colgono architetti e designer come Marco Zanuso, Enzo Mari, Achille Castiglioni nella semplicità di spazi domestici e di gesti quotidiani come cucinare o scrivere a macchina. «La mostra parla di come l’Italia mi ha ricevuto e di come sono riuscito ad integrarmi in un tessuto sociale nuovo, imparando molto da questo paese ma dove non ho smesso talora di sentirmi addosso la veste di outsider» afferma l’artista. Ed è proprio attorno al binomio insider-outsider che si articola il dialogo con un’altra sezione dello spazio espositivo, dedicata invece agli Stati Uniti, il paese in cui è cresciuto. 49 Capitols è il resoconto di un viaggio in camper che, a partire da Minneapolis, città natale di Fazel, ha attraversato 49 dei 50 stati federati. In ognuno di questi l’artista ha fotografato le sedi dei parlamenti, spedendo a se stesso ad ogni tappa una cartolina affrancata con francobolli della sua collezione d’infanzia. L’arresto del viaggio al quarantanovesimo stato, causato da un fermo da parte federale, è simbolicamente rappresentata da un’interruzione della lunga parete che ospita le fotografie in analogico.
Infine, vi è l’archivio: un grande contenitore che raccoglie quindici anni di attività, ma anche una parte significativa della storia personale di Ramak Fazel. È l’elemento che raccoglie tutta la dimensione biografica della mostra. Negativi, diapositive, fatture, lettere, album come Found Pictures o una curiosa Iran Box e faldoni di progetti compongono un insieme eterogeneo in cui pratica professionale e la vicenda personale dell’artista finiscono si fondono.
C’è una storia che accompagna Ramak Fazel e che nel suo racconto assurge a metafora per interpretare l’archivio e il suo modo di concepire la fotografia. È la storia di una scatola di scarpe. «La mia famiglia è emigrata dall’Iran agli Stati uniti» spiega il fotografo. «Quando sono arrivati in America avevano con sé una scatola di scarpe di cartone con le fotografie di famiglia; erano le fotografie di mio padre dall’india, degli anni trascorsi dai miei genitori in Iran. Queste foto erano “sciolte” nella scatola, non erano rilegate né incollate e disposte su un album in ordine cronologico, a ripercorrere la nostra vita. Ecco, queste foto non avevano un racconto lineare. Era un racconto che io e mia sorella ricostruivamo, ogni volta, liberamente. Io ho sempre avuto l’idea che le fotografie in una scatola di scarpe sono già a posto. Non hanno bisogno di esser rilegate». La scatola di scarpe non è solo un oggetto che tiene insieme qualcosa del nostro passato e dunque elemento-simbolo della storia personale dell’artista ma racconta il modo di Ramak Fazel di pensare la fotografia e che spiega anche la mancanza di linearità narrativa in questo percorso nello Spazio Ghella.
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