Through the mirror, 2018, fotografia digitale, 70x105 cm
Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Susanna Fiona Murray.
Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?
«Ritengo che l’arte dovrebbe essere uno strumento per esplorare problemi e domande che riguardano l’essere umano, sia nelle questioni collettive – sociali e politiche – sia in quelle più individuali. In particolare, il mio lavoro si concentra sul legame tra identità e luoghi: mi interessa il modo in cui le nostre esperienze in spazi specifici, che siano luoghi abitati o meno, influenzino chi siamo. L’arte, quindi, è un mezzo per suggerire risposte e prospettive».
Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?
«M’interessa fare ricerca sul concetto d’identità, che poi abbraccia diversi livelli e dimensioni. Credo che l’identità sia una costruzione stratificata: tutti siamo influenzati da ciò che ci circonda, ma anche da ciò che ricordiamo, da dove siamo stati e con chi ci siamo relazionati. Io cerco di osservare questi elementi, senza pregiudizi, anche se comprendo che le nostre rappresentazioni non sono sempre consapevoli e sfuggono al nostro controllo. Mi affascina il “perturbante”, l’elemento visivo che narra una storia diversa da quella che si percepisce a prima vista».
Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?
«L’apparenza pubblica è inevitabile e, in qualche misura, importante, ma la trovo anche una costruzione che sfugge facilmente al nostro controllo. Crediamo di avere il potere di gestire la nostra immagine pubblica, ma alla fine ciò che emerge è una combinazione complessa di ciò che vogliamo mostrare e di come siamo percepiti. Nel mio lavoro artistico, mi piace esplorare questa tensione tra l’immagine che proiettiamo e la molteplicità di strati che costituiscono la nostra vera identità. Mi interessa come questi strati si sovrappongano, dando vita a un’identità fatta di molte sfumature, mai fissa o univoca».
Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?
«Oggi, il mio lavoro si impegna a rappresentare il dialogo tra l’identità e i luoghi che abitiamo. Questo significa esplorare come la nostra identità si trasformi a contatto con gli spazi. Nei miei lavori tento di analizzare come le nostre vite e le nostre esperienze modellino chi siamo, aprendo una riflessione su ciò che significa abitare un mondo sempre più frammentato e sfaccettato. In fondo, ciò che mi interessa è restituire la complessità dell’identità umana e il modo in cui si evolve attraverso i luoghi che viviamo».
ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?
«Essere artista è ciò che sento più vicino al mio modo di essere e di sentire la realtà. Per me significa continuare a pormi domande, osservare, analizzare e raccontare quello che vedo attraverso il mio lavoro artistico».
Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?
«Nel corso della mia vita ho sperimentato diverse identità professionali e porto dentro di me due identità culturali molto distanti, essendo italo-britannica. Mi considero fortunata ad essermi potuta dedicare all’arte e alla ricerca artistica, forse proprio perché ho esplorato altri ruoli professionali non sempre calzanti alla mia indole. L’arte è rimasta nel corso del tempo l’unica identità in cui mi sono sempre riconosciuta in modo autentico».
Susanna Fiona Murray (Pescara, 1974), italo-britannica, vive e lavora a Pesaro, Italia. Ha studiato fotografia di moda e ritratto presso l’International Center of Photography di New York e ha conseguito una laurea in Psicologia presso l’Università di Bologna. Selezionata per la Artist Italian Collection 2020 curata da Italy Photo Award, ha partecipato a numerose esibizioni di gruppo in Italia e all’estero.
La sua ricerca artistica è incentrata sul tema dell’identità in rapporto ai luoghi, indagando come gli spazi – abitati o dis-abitati– influenzino la costruzione del sé e custodiscano tracce di memoria collettiva e personale. Attraverso l’uso di fotografie in scena e materiali d’archivio, Murray crea narrazioni che intrecciano storia e vissuto personale, spesso portando alla luce elementi nascosti e dettagli marginali. L’ispirazione al concetto di perturbante è presente come invito a scoprire ciò che nei luoghi ci appare familiare e allo stesso tempo dimenticato o rimosso.
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