È chiara e lampante la strategia comunicativa dei nuovi lavori che Michele Bazzana (S. Vito al Tagliamento, 1979) ha presentato per lo spazio FVG di Villa Manin: è lo spettatore il centro dell’attenzione e l’opera ha la funzione di stimolarne a catalizzarne l’azione, ribaltando in senso attivo il rapporto di passività che troppo spesso si instaura con il fruitore. Anzi è proprio quest’ultimo ad essere l’opera, costretto ad un’improbabile performance, quasi vittima dei due luoghi comuni scelti proprio come titolo di ciascuna delle due installazioni.
Allestita nel parco secolare del centro espositivo, Con i piedi per terra è una strana macchina costituita da doghe di legno (simili a quelli delle persiane) che ricostruiscono una porzione di parete attrezzata dotata degli appigli necessari ad arrampicarvisi. Viene così naturale servirsene per raggiungere la sommità se non fosse per un piccolo particolare: la superficie del nastro è mobile e le assi di legno costituiscono un rullo che gira a vuoto. La frustrazione non porta che a sfidare la parete appendendosi con più foga, ma l’unico effetto è il rumore di una sirena che da un lato sembra una presa per i fondelli, ma dall’altro ci avverte che in fondo si tratta di un gioco: quello delle nostre aspettative, che possono renderci quasi dei topolini in gabbia che corrono a vuoto su di un rullo. Non ci resta che l’ironia, per divertirci ridendo di noi stessi.
Anche l’installazione ospitata presso la Sala delle Carrozze implica un’attività cinetica da parte dello spettatore. È costituita da un tapis ruolant, non molto differente da quelli che troviamo negli aeroporti o nelle palestre, che ci permette di avvicinarsi, molto lentamente, al muro che abbiamo di fronte, su cui sono appesi dei disegni che possono essere interpretati e capiti a non più di quaranta-cinquanta centimetri.
Giunti a questa distanza è infatti necessario opporsi al movimento camminando sul posto, e si scopre così che i disegni rappresentano un prospetto e un’assonometria esplosa delle due opere, sia quella nel parco, che quella per cui si sta camminando. Come nell’opera in giardino, Al passo con i tempi genera un paradosso logico: infatti per stare al passo è necessario muoversi, solo che si resta fermi e soprattutto non si va da nessuna parte. Bazzana ci mostra così l’inganno, la trappola, e perfino la retorica, celati dietro l’idea di esperire il feticcio che noi chiamiamo opera. E ci rende tutti, per una volta, mediocri spettatori di noi stessi.
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