L’ex ricco nord-est continua a dibattersi in una crisi profonda, sia culturale sia economica, della quale non è ancora semplice immaginare gli sviluppi. Ad oggi, visti dall’interno, non appaiono certo felici. E così anche l’arte, inevitabilmente, si deve confrontare con questo triste scenario, di cui è una delle prime vittime. In una logica di mercato, in cui molti degli investimenti inseguono i nomi da Biennale, le forze artistiche interne spesso soccombono. Esistono, fortunatamente, delle eccezioni, in primis Hicetnunc che, appena compiuti i suoi primi tre lustri, si conferma rassegna indipendente, capace di selezionare con intelligenza anche nomi semisconosciuti. Volutamente lasciati fuori dalla porta, invece, i curatori tutto fare, manager-pubblicitari-addettistampa, che ormai paiono imperversare nel settore. Il tutto, inoltre, inserito in un contesto architettonicamente unico, come l’ex ospedale dei battuti, i ricchi Palazzi Altan e Rosa con i loro giardini, le antiche carceri o una chiesa affrescata sei secoli fa.
Molte, in questa edizione, le installazioni. Fra tutte segnaliamo quella di Edy Carter (Pordenone, 1977), un ironico Welcome rivolto, a chi entra nella minuscola casa del cappellano, da uno stuolo di topolini realizzati con pagliette di ferro.
Degna di attenzione anche POMeCA di Dragana Sapanjos (Capodistria, 1979), nove metri quadrati di plastico completamente bianco, sospeso nel vuoto, città fantasmagorica dove scoprire la ruota panoramica duchampiana, le montagne russe LeWitt, la rampa di skate di Serra o il McDonald’s dove si stanno risposando Cicciolina e Koons. Biglietto d’ingresso, una minuscola tela di Warhol.
La scelta di un colore/non-colore simbolico come il bianco è centrale anche nell’opera di Elio Caredda (La Spezia, 1953), che propone la visione di un’umanità prigioniera di gabbie che non gli offrono scampo, perennemente serrate. Gabbie che concedono solo di volgere tristemente lo sguardo a un “oltre” ideale, simboleggiato dai nomi delle costellazioni scritti su minuscole targhette.
Emblematiche e ambivalenti, invece, le Cappuccetto rosso e Biancaneve di Debora Vrizzi (Cividale, 1975), dove favola e glamour pubblicitario si fondono creando una dimensione ambigua e accattivante. Contro la continua banalizzazione della femminilità, invece, la donna nuda e carponi di Tiziana Pers (Udine, 1976), polemicamente rappresentata con il corpo diviso nelle sezioni tipiche dei tagli da macelleria, sella e peduccio inclusi.
Da segnalare, infine, anche la selezione di dieci video sul tema della memoria e dell’identità, per cui sono stati invitati altrettanti autori tra cui l’israeliana Dana Levi, lo spagnolo Empar Cubbels e il portoricano Rafael Alcalà.
Molti altri nomi andrebbero citati, vista l’ampiezza della rassegna. Non possiamo farlo, per motivi di spazio ma vi invitiamo a visitate questo stimolante qui e ora dell’arte contemporanea, che pare abbia trovato in questa piccola cittadina un suo spazio ideale. Da difendere.
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