Non si tratta propriamente di fotografia commerciale, anche se la patina è quella dello still life pubblicitario e lo scopo è quello di riscuotere quel tipo di consenso.
In questa personale Guido Cecere (Bari,1947) presenta una ventina di tavole; una selezione (davvero sintetica) di un’ampia ricerca che può essere apprezzata sia per le qualità estetiche di queste immagini, morbide e nitide allo stesso tempo, sia per la fitta classificazione in famiglie degli oggetti che vi si trovano rappresentati, che ne accomuna il senso.
Cecere -di cui andrebbe stilato anche il lungo curriculum accademico di fotografo e collaboratore culturale ed editoriale- ogni anno raduna davanti all’obiettivo alcune piccole collezioni. Foto per foto, accomuna oggetti ora per colore, ora per genere o stagione. Scopre dei piccoli mondi animati da cose che ordina e raffigura.
Un lavoro certosino che certamente richiede molto tempo nella ricerca dei singoli oggetti ma, soprattutto, una grande attenzione e sensibilità nell’accostarli in una sola inquadratura senza che, visivamente, urtino l’uno con l’altro, come si trattasse di un grande puzzle.
È un’opera in cui la ricerca di armonia formale e cromatica è necessaria, perché il suo scopo è quello di richiamare una favola. E ci riesce per il suo senso grafico, per una specie di elegante felicità che i colori suggeriscono.
Così, in una fotografia, attorno a una stella di mais e peperoni si dispongono in cerchio olive e bastoncini di sedani. E in un’altra, come se fossero appena state riposte da chi li ha usate, inspiegabilmente rinate per la posa, si possono trovare le Lamette Bartali con, a fianco, un pupazzo Kinder, una pannocchia, un calamaio, le Pasticche del Re Sole e una pistola ad acqua vicino ad un ventaglio. Cose che, apparentemente, non hanno nulla a che fare tra loro, così come quelle che si potrebbero trovare in un mercatino delle pulci. Modernariato e contemporaneità uniti in una specie di texture accomunata, oltre che dalla raffinata tecnica di questo autore, anche dalla sua capacità di fare immaginare una quotidianità felice e l’uomo che la abita, ma senza mostrarlo.
giulio aricò
mostra vista il 2 aprile 2004
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